La Nuova Ferrara

Ferrara

«Tartari è morto in casa ad Aguscello»

di Daniele Predieri
Il casolare dov'è stato trovato il cadavere
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Il casolare dov'è stato trovato il cadavere

Nuove rivelazioni di Ivan Pajdek, capo degli assassini del pensionato ferrarese: «Quel signore non si muoveva più e non parlava»

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FERRARA. Scrive in maiuscolo, la firma è precisa, la grafia sicura. Il contenuto della lettera è tecnico (troppo: farina del suo sacco?) e le rivelazioni, seppur non genuine (arrivano solo ora) potrebbero cambiare l’intero processo: «In casa ad Aguscello, il signor Tartari non si muoveva e non respirava, per me sembrava già morto», scrive alla procura Ivan Pajdek, capo della banda di assassini, il “cattivo” che tenta di sembrar più “buono” agli occhi dei giudici che tra due mesi dovranno processarlo (udienza fissata al 5 maggio).

Tutto viene ribaltato. Le nuove rivelazioni le scrive in una lettera, una paginetta appena, e la invia direttamente al pm Filippo di Benedetto: scrive dal carcere Arginone, dove si trova dal novembre scorso, dopo essere stato estradato dalla Slovacchia dove si era rifugiato dopo la fuga da Ferrara e aver ucciso Pier Luigi Tartari. Rivelazioni che di fatto ribaltano tutto ciò che le indagini e la perizia medico legale hanno determinato in questi mesi.

Per il pm morì nel tugurio.

Infatti, i risultati investigativi affermano che Tartari venne rapinato e aggredito in casa a sua ad Aguscello, la sera del 9 settembre scorso, e poi imbavagliato e legato venne caricato in macchina, quindi abbandonato in un casolare a Fondo Reno dove morì 6 ore dopo l’aggressione, la stessa notte e dove era arrivato ancora vivo, secondo le testimonianze di uno dei tre assassini, Patrik Ruszo che vuol sembrare il più “buono” e si dice pentito. Ma Tartari era ancora vivo nel tugurio anche secondo la stessa ricostruzione che Pajdek aveva dato in un primo momento ai giudici dopo il suo arresto. Ma ci ha ripensato.

Una nuova memoria. Nella sua memoria del 5 febbraio scorso, Pajdek si sofferma sui preamboli tecnici, scrive di essere indagato nel procedimento penale 45857/15 Rgnr (registro delle notizie di reato) e spiega di voler correggere le sue prime dichiarazioni dell’interrogatorio del 30 novembre 2015: «Il giorno 9 settembre 2015 quando mi sono introdotto nella casa del signor Tartari, come già detto nell’interrogatorio il cui contenuto confermo integralmente per il resto, dopo aver contribuito ad immobilizzarne le gambe mi sono allontanato per effettuare il prelievo con il bancomat». Sono le 21.37 di quella sera, Pajdek esce di casa da Aguscello e va alla Carisbo di via De Andrè/via Comacchio, poco lontano per prelevare i primi 250 euro con il Bancomat rubato a Tartari.

I due giovani “cattivi”. Lascia in casa i due giovani, Patrik Ruszo e Contantin Fiti, che lui ora indica come i “cattivi”, i “veri” assassini, perchè avrebbero infierito su Tartari in sua assenza, imbavagliandolo e non facendolo respirare lo uccisero. «Quando sono tornato - scrive - ho trovato il signor Tartari con tutta la testa, compresi occhi, naso, orecchie e bocca avvolti con il nastro adesivo e non si muoveva e non poteva respirare. Per me sembrava già morto, perché nessuno avrebbe potuto respirare così imbavagliato».

Morto prima del tugurio. «Quando l’abbiamo caricato in macchina - continua Pajdek - non si muoveva, poi io sono rientrato a caricare i quadri (rubati dentro, ndr) e ho chiuso la porta di casa: da quel momento in avanti io non ho più sentito il signor Tartari parlare o muoversi». Nemmeno quando i tre lo hanno abbandonato nel tugurio di Fondo Reno, dove secondo Pajdek arrivò morto e dove il corpo del pensionato, in condizioni pietose, venne fatto trovare 3 settimane dopo da Patrik Ruszo, che confessò dopo esser stato arrestato.

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