Delitto Tartari, i parenti degli assassini sapevano e non parlarono
Fiti disse il giorno dopo: «Ho fatto una brutta cosa, mai fatta prima». Patrik confessò alla nonna, mamma Rosi seppe subito da zia Agata ma non volle crederle
FERRARA. Nel caso vostro figlio, nipote, genero, amico o parente indiretto fosse coinvolto in un omicidio, e voi veniste a saperlo, che cosa fareste? Chiamereste la polizia, perlomeno per proporre i vostri dubbi e sospetti? Pensereste, almeno, a fare una telefonata anonima per indirizzare indagini e scoprire gli assassini o far trovare il corpo di una persona che è scomparsa nel nulla?
Prima di rispondere, fermatevi. Provate a pensare all’omicidio di Pier Luigi Tartari, all’angoscia in tutta Ferrara per quelle quasi tre settimane, dal 9 settembre scorso fino al 26 settembre, quando dopo affannose ricerche e indagini condotte 24 ore su 24 venne trovato il suo corpo in condizioni indescrivibili in un tugurio a Fondo Reno: tre settimane per trovare Pier Luigi Tartari, quando invece fin dalle prime ore dopo l’omicidio tanti sapevano cosa era successo. E chi aveva fatto cosa. Nonna Jolanda, ad esempio, sapeva tutto, fin dal primo giorno dopo l’omicidio di Tartari: sapeva che il nipote Patrik Ruszo, che viveva con lei nella tenda sotto il ponte del Boicelli, era coinvolto nell’omicidio perchè le confessò «tutto quanto» sfogandosi, parlando anche della rapina di Coronella.
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Anche mamma Rosi, la badante che lavorava nella casa di Aguscello, vicino a quella di Tartari, sapeva, sospettava e, da madre, faceva finta di non sapere, non voleva credere: «Dopo aver saputo che erano state trovate tracce di sangue nella casa di Tartari mi sono preoccupata e ho avuto paura che Huber (Pajdek) fosse coinvolto nella rapina e che fosse coinvolto anche mio figlio». Le bastò telefonare a Pajdek, il giorno dopo la rapina, per convincersi, sbagliando, che suo figlio Patrik non era coinvolto: «Huber mi disse di non preoccuparmi, che non avevano fatto nulla e che Patrik non c’entrava niente». Per poi ammettere agli inquirenti: «Mi sono ingenuamente fidata di quello che mi dicevano!». Negava l’evidenza, mamma Rosi: ma sapeva tutto. Seppe il 14 settembre, in un colloquio con sua zia Agata (si faccia attenzione, è la madre di Denisza, cugina di Rosi nonchè fidanzata slovacca di Ivan Pajdek, da cui lui si rifugiò in fuga da Ferrara) che «Patrik, Huber (Pajdek,ndr) e il ragazzo rumeno (Fiti, ndr) erano gli autori della rapina ad Aguscello».
Lei rispose a zia Agata che non «ci credeva, che Patrik non avrebbe mai fatto quelle cose e che con me lì vicino (dove lavorava come badante, ndr) alla casa del signor Tartari non si sarebbe mai sognato di fare quelle cose...». Era il 14 settembre, appena 5 giorni dopo la scomparsa di Tartari dalla casa di Aguscello, tre giorni dopo la scoperta della rapina: due settimane prima, dunque, che suo figlio confessasse e che facesse ritrovare il corpo di Tartari nel tugurio di Fondo Reno. Tutti sapevano tutto, dunque. Ma nessuno ha parlato, nessuno che abbia nemmeno tentato di fare quella maledetta telefonata anonima. Dando la pur minima indicazione agli inquirenti che sembravano molto disorientati in quei giorni. E che dire dei familiari (indiretti) di Fiti Constantin: la mattina dopo l’omicidio, giovedì 10 settembre, Fiti va a lavarsi nella casa dove abitano Miriam, la ragazza ferrarese da cui ha avuto un bimbo e il padre di lei, Giuseppe. In casa ci sono solo l’uomo e Fiti che però riceve una telefonata dalla ragazza che vive in una comunità in Romagna. Durante la telefonata, l’uomo sente chiaramente Fiti dire alla figlia: «ho fatto una cosa brutta, molto brutta che non avevo mai fatto». Giuseppe incuriosito alla fine della telefonata chiede spiegazioni a Fiti: «Mi rispose che lui, con Huber e Patrik erano entrati in una casa ad Aguscello per andare a rubare. Mi disse che avevano rubato un bancomat, una carta di credito, fucili e che durante il furto avevano picchiato il proprietario di casa, portandolo in un posto lontano, senza dirmi dove. Io spaventato non gli ho chiesto più nulla».
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E voi, cosa avreste fatto? Tutti i familiari, diretti e indiretti, di Ivan Pajdek, Patrik Ruszo e Constantin Fiti, accusati di aver ucciso Pier Lugi Tartari, sapevano fin dai primi momenti, o pochi giorni dopo, cosa era successo e chi era coinvolto. Invece, la polizia ha impiegato settimane per arrivare alla verità. Prima, tutti, ribadiamo, hanno taciuto. Ma nessuna delle persone citate, compresa mamma Rosi, la più esposta, è coinvolta nell’inchiesta per l’omicidio, nessun favoreggiamento. Nessuna accusa - leggendo gli atti - è stata mossa nei loro confronti. Fatti, questi, che forse non saranno nemmeno affrontati al processo, del 5 maggio, in cui si dovranno - di fatto - valutare solo le pene per i tre assassini: ergastolo e no. Moralmente, però, parenti o meno, sono condannabili? E tornando a voi, cosa avreste fatto se foste venuti subito a conoscenza di tutto questo? Una telefonata anonima? Miriam voleva farla, chiamare la Polizia. Il padre la dissuase, dicendole: «dopo vengono da me, a dire che ero io a nasconderlo...».
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