La Nuova Ferrara

Ferrara

«Indifferenti verso la morte. Vigliacchi con le parole»

L'avvocato Eugenio Gallerani con Rita Tartari
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L'avvocato Eugenio Gallerani con Rita Tartari

La famiglia Tartari sarà parte civile al processo che si apre a Ferrara  il 5 maggio. Il loro avvocato sugli imputati: «La sua vita sacrificata con totale disumanità»

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FERRARA. Indifferenti verso la morte, disumani davanti ad una vita che stanno spegnendo, vigliacchi nelle parole e di fronte alle loro responsabilità. Pajdek Ivan, Fiti Constantin (unico ancora muto come un pesce sull’omicidio Tartari) e Ruszo Patrik hanno raccontato tutto e di più su cosa è accaduto dal 9 settembre in poi, quando ad Aguscello hanno rapinato, aggredito e quindi a Fondo Reno, hanno ucciso abbandonandolo vivo in un tugurio, Pier Luigi Tartari.

La famiglia del pensionato invece ha scelto - apprezzata da tanti, evitando sceneggiate che bucano in Tv - la linea del silenzio, della sobrietà. Così come il loro legale che dopo i “pentimenti” pubblici (e non privati) di Ruszo, le “rivelazioni” di Pajdek e il mutismo di Fiti riflette sulla drammatica vicenda: «Quello che colpisce maggiormente nella morte di Tartari - spiega l’avvocato Eugenio Gallerani - è la totale indifferenza dimostrata verso la vita di un uomo, sacrificata con totale disumanità». Gallerani si costituirà parte civile al processo, diventando accusa privata, permettendo ai familiari di Tartari, perlomeno, di osservare, in aula, gli assassini del fratello. «La disumanità - continua Gallerani - emerge all'evidenza non solo dalla lettura degli atti del processo, ma anche dagli interrogatori stessi resi dai due imputati che hanno deciso di rispondere, mentre il terzo, Fiti, neppure lo ha fatto confidando - erroneamente - che non risultassero sue tracce sull'autovettura del povero Tartari».

Gallerani ricorda e allude al fatto che sulla Opel Corsa usata per trasportare Tartari verso il tugurio di Fondo Reno, c’era il Dna di Fiti e che Fiti avrebbe solo replicato che qualcuno aveva messo lì quelle tracce per incastrarlo. Senza riflettere - ricorda Gallerani - «che Tartari è stato lasciato morire nel casolare, senza che nessuno si preoccupasse minimamente della sua sorte, ovvero una morte certa». E mentre Tartari moriva, i suoi assassini pensavano ad altro: «Facevano prelievi ai bancomat, acquisti i più disparati (dal telefonino nuovo alle scarpe), si giocavano i soldi prelevati alle macchinette ai bar, e pianificavano di vendere l'auto di Tartari per ricavarne altri soldi». Quell’Opel era diventata di Ruszo, e per lui 19enne i soldi della macchina venduta, di proprietà dell’uomo che aveva ucciso, gli avrebbero cambiato la vita, in Slovacchia.

Ma mentre Tartari moriva «le ore trascorrevano per loro - sottolinea Gallerani -, come risulta in modo agghiacciante anche dagli interrogatori resi, nel modo più normale, cercando solo di lucrare il massimo, senza alcuno scrupolo per avere vigliaccamente ucciso un uomo». E allora? Allora, per Gallerani, «della vicenda che ha portato all'orrenda morte fatta fare al signor Tartari, quello che colpisce di più è l'indifferenza dimostrata per una vita che avevano appena tolto. E colpisce forse ancora di più del modo in cui in precedenza avevano brutalmente picchiato e scientificamente legato, in ogni parte del corpo, impedendone anche il minimo movimento alla povera vittima delle loro scellerate e vigliacche azioni». E ora, conclude Gallerani, guardando al processo «comincerà sicuramente - come si può notare bene anche dalle ultime dichiarazioni rese da Pajdek e Ruszo - il maldestro (e mi permetto di dire, ancora più vigliacco) tentativo di dire che erano gli altri "i più cattivi", che "non ero certo io"». Invece... «Invece,quel che hanno fatto nelle ore e nei giorni successivi all'aver abbandonato Tartari nel casolare in quelle condizioni, pensando solo a ricavare il più possibile dalle loro gesta, dimostra come fossero totalmente indifferenti per aver tolto la vita ad una brava e onesta persona».

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