«Non denunciai, avevo paura di Pajdek»
Omicidio Tartari, la madre di Ruszo sapeva del colpo a Coronella. Ecco perché la banda che ha ucciso si poteva fermare prima
La resa dei conti è fissata alle ore 10 del 5 maggio prossimo, aula delle udienze preliminari, primo piano del tribunale, per discutere, davanti al giudice Piera Tassoni, del procedimento penale 4585/2015, omicidio volontario aggravato di Pier Luigi Tartari. L’avviso ufficiale della fissazione dell’udienza è stato notificato ieri mattina, e per questo adesso parte il conto alla rovescia per i tre imputati Ivan Pajdek, Patrik Ruszo e Constantin Fiti.
La serie di accuse. Che dovranno difendersi dall’accusa di aver ucciso con crudeltà il pensionato 73enne, di averlo rapinato e picchiato in casa sua ad Aguscello la sera del 9 settembre scorso e di avergli sottratto carta di credito e bancomat e averli usati per far shopping: cellulari, scarpe, vestiti da bambini, preziosi, poco meno di 2000 euro. Col calcolo delle aggravanti, rischiano - rischio concreto e possibile - la condanna all’ergastolo, pur col giudizio abbreviato, che prevede sconti di un terzo di qualsiasi pena. Ma non sarà un processo difficile, perché sull’omicidio Tartari restano pochissime ombre. Ciò che in aula non verrà discusso e illuminato è il “se” e il “come” si sarebbe potuto evitarla questa tragedia, purtroppo annunciata, l’estate scorsa.
Il questore disse. Lo stesso questore Antonio Sbordone lo aveva detto dopo gli arresti della banda Pajdek/Ruszo/Fiti in modo diretto: «Vien da dire che per fortuna sono stati fermati». Ma non si potevano fermare prima? Doveva «scapparci il morto» per fermare i tre «barbari», mentre un quarto è ancora latitante? Per rispondere bisogna tornare a questa estate, quando vi fu una successione senza precedenti di rapine in case isolate, ad anziani, picchiati, legati e imbavagliati. In tutta la provincia.
Non si poteva fermare? Ad esempio, se si fossero coordinate meglio le indagini sulle rapine violente e insolite per il Ferrarese, se si fossero incrociati - tra carabinieri e polizia - tutti i riscontri dei vari casi, la rapina di Mesola alla 93enne Emma Santi, quella di Coronella alla famiglia Bertelli, la rapina a Villanova di Denore e la presenza dell’auto di Ivan Pajdek, l’Alfa 156 ricorrente in tanti assalti, si sarebbe potuta fermare prima la banda?
Il silenzio di mamma Rosi. Difficile rispondere per gli inquirenti. Potrebbero farlo meglio i parenti degli assassini di Tartari, che seppero e non parlarono, non solo di Tartari, anche di Coronella. Mamma Rosi, Ruzena Sivakova, badante che lavorava nella casa accanto a quella di Tartari, sapeva che il figlio Patrik Ruszo assieme a Pajdek era coinvolto nella rapina di Coronella. Ancor prima dell’omicidio Tartari: «Ricordo perfettamente - dirà poi - ai primi giorni di agosto (la rapina è del 5, ndr), dicevano con Pajdek che avevano fatto una rapina in casa... A Patrik chiesi cosa avessero combinato e lui mi rispose che avevano fatto la rapina in una abitazione a Coronella dove avevano rubato». Era un mese prima dell’assalto in casa Tartari, ad Aguscello, e mamma Rosi sapeva già dei guai del figlio, sapeva che faceva parte della “banda” con Pajdek.
Poteva farci del male. Dopo averlo saputo, spiegò: «Io l’ho rimproverato dicendogli che doveva tornare immediatamente a casa in Slovacchia, altrimenti si sarebbe messo nei guai». Profetica, non fece nulla per cambiare la sorte del figlio. «Non ho mai detto niente a nessuno, nemmeno al mio compagno in quanto ero molto spaventata da Huber (Pajdek), avevo paura che se avessi parlato con la polizia, Huber avrebbe potuto fare del male non solo a me, ma anche a mio figlio e al mio compagno». E dire che, Pajdek almeno a quanto dicono le indagini sulla rapina di Coronella, non viene ricordato come persona violenta. Non infierì su figlia e padre invalido, nell’assalto del 5 agosto scorso. Anzi, ordinò alla banda, urlando: «non toccateli, non toccateli!».
Sguardo cattivo di Ruszo. Ricorda bene Cristina Bertelli, quella notte, sotto sequestro per 4 ore col padre invalido che non respira se non con la bombola ad ossigeno. Ricorda la faccia dei rapinatori, riconosciuti in foto. Quella di Pajdek: «Colui che secondo me era il capo». Quella di Ruszo: «Uno dei 4 in casa mia». Ricorda anche gli occhi di Patrik: «È il ragazzo che non ha mai parlato - nel salotto di casa - era colui che guardandomi con sguardo cattivo mi mostrava insistentemente il nastro adesivo e ne staccava e staccava un pezzo». Minacciava di imbavagliarli. Non lo fece, e sappiamo cosa sarebbe successo se lo avesse fatto. Sì, dovevano esser fermati prima.
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