"Troppe omissioni sulle due sponde"
Il sindaco di Ferrara programma di coinvolgere Delrio, che il 21 sarà in città: "Quello del ponte è un problema remoto. E ora con il cappello in mano..."
Qualche parte l’accusa di freddezza nei confronti del problema ponte mezzo chiuso. Per motivi geografici, strategici. Cosa sta facendo Ferrara per il ponte?
«La freddezza è una grossissima panzana. La comunità di Pontelagoscuro non è una comunità residuale: per noi è un pezzo importante di città e gli scambi con l’altra parte del fiume sono quotidiani. Ci sono famiglie che abitano di qua e di là dal ponte.
Quindi siamo assolutamente interessati alla soluzione di questo problema che si è manifestata improvvisamente, accelerando una difficoltà che è vecchia di anni e anni. Si è quindi reso necessario l’intervento urgente per evitare la chiusura del ponte».
Chi ha dormito?
«Il problema è remoto. Devo con tutta sincerità prendere atto che nelle pianificazioni sovraordinate cioè quelle delle due Regioni il tema non c’era. Sono le Regioni che negoziano interventi con lo Stato. Quella che collega Ferrara a Santa Maria Maddalena è una statale che congiunge due regioni».
È il sistema di chi doveva dirlo non l’ha detto, di chi doveva farlo non l’ha fatto...
«Il tema non era stato posto. Forse un pochino di umiltà e un pochino di cenere sparsa sul capo sarebbe stata più opportuna piuttosto che il totale sbraitare e l’amplificazione. La Regione Emilia Romagna e la Regione Veneto insieme avrebbero dovuto farsi carico di questo problema».
Ma il Comune sottoporrà la questione al ministro che sarà a Ferrara fra dodici giorni.
«Il 21 di marzo verrà il ministro Delrio a Ferrara a inaugurare un tratto di una bretella che aspettavamo da dodici anni. Con il cappello in mano e chiedendo scusa per non averlo programmato per tempo potremmo chiedere al ministro di farsi carico dell’intervento sul ponte che rischia di diventare un’emergenza anche perché la struttura ovviamente non collega più due situazioni come quelle di sessant’anni fa, ma realtà economicamente, socialmente e culturalmente molto sviluppate anche dal punto di vista del commercio. Oggi quella sezione di ponte non è più sufficiente».
Beh, solo nel 2008 è stato sottoscritto un protocollo d’intesa fra i Comuni di Ferrara e Occhiobello e le Province di Ferrara e Rovigo. Che ne è rimasto, che cosa è successo? Sono cambiate mille cose o gli interlocutori erano fragili?
«Intanto il protocollo del 2008 che ho tirato fuori dai cassetti non diceva assolutamente nulla. È uno di quegli accordi che hanno un semplice valore politico.
Da quando sono diventato sindaco, cioè dal 2009, ho avuto diverse occasioni di confrontarmi con le istituzioni locali sia di qua che di là del Po, ma nessuno mi ha mai posto in maniera urgente il tema del ponte. Un po’ di umiltà da parte di rodigini e ferraresi, da parte dei residenti di Occhiobello e dei residenti di Pontelagoscuro ci voleva e ci vuole se si vuole porre il tema nell’ottica giusta».
Qual è l’ottica giusta?
«Il ministero. Al ministero non è mai stata sottoposta la questione della struttura in maniera concreta. Ma trovo in questo momento estremamente complesso per ragioni anche di finanza generali ipotizzare la realizzazione di un ponte nuovo e un raddoppio con una bretella. Conosco i tempi e conosco le difficoltà che abbiamo avuto nel relazionarci per completare piccole opere come quella della tangenziale ovest.
Di conseguenza se vogliamo essere seri e non continuare a stampare della carta e basta, dobbiamo chiedere al ministero un impegno significativo e forte per una riqualificazione del ponte esistente che allarghi magari la sezione consentendo anche il passaggio ciclabile e la sicurezza pedonale a fianco delle corsie per le auto. Questo è un approccio concreto ancorché non definitivo al problema. Ma nel giro di qualche anno può trovare definizione. Soluzioni diverse sono fantasiose quanto inconsistenti».
Tanto per stampare della carta? Stampiamo notizie e opinioni, come quella del sindaco di Occhiobello Chiarioni. Ipotizza un ponte più a monte. I commercianti hanno il sospetto che sia un assist per l’odiato outlet sull’altra riva...
«L’outlet non è odiato. Io ho partecipato anche all’iniziativa della sua inaugurazione della parte, diciamo così, immobiliare, logistica. Ritengo che quando sarà in condizioni di aprire rappresenterà una realtà con la quale il mondo ferrarese dovrà assolutamente relazionarsi. Ignorare i problemi non è una buona politica. E se quello dovesse essere un problema bisogna trasformarlo in opportunità. Proprio per un approccio molto concreto al tema della viabilità ritengo che sia invece molto utopico oggi pensare ad un raddoppio a monte del ponte. Il ministro Delrio ha cassato centinaia di progetti presentati dalle Regioni. Credo che avendo chiuso poche settimane fa quella pianificazione non sia ora nelle condizioni di riaprirla e soprattutto nessuno, né di qua né di là dal Po, sarebbe disponibile a rinunciare a propri interventi dichiarati prioritari per il nuovo ponte».
Sta dicendo che questa emergenza del ponte arriva troppo tardi sul tavolo del ministro?
«In qualche misura sì. Perché il confronto con il Ministero delle Infrastrutture c’è stato, sono stati esaminati centinaia di progetti, sono state cassate tutte le opere che non avevano livelli progettuali e livelli di approfondimento sufficienti, e si sono salvate solo quelle opere sulle quali c’era urgenza. Non mi risulta che la Regione Emilia Romagna e neppure la Regione Veneto abbiamo posto il ponte come priorità e quindi oggi bisogna recuperare il tempo perso, in qualche misura facendoci carico anche delle nostre omissioni, io parlo di omissioni che stanno di qua e di là, sulle due sponde».
Che cosa risponde ai rappresentanti di Confesercenti e Ascom che vedono il ponte come una minaccia?
«Il ponte è di per sé una cosa positiva, fare ponti è uno degli slogan del nostro Papa e io lo condivido.
Le nostre comunità, penso a Occhiobello, a Santa Maria Maddalena, a Pontelagoscuro e Ferrara, sono indistinguibili dal punto di vista culturale e sociale; sono un pezzo di città che sta anche di là dal Po e le famiglie risiedono da una parte, spesso lavorano dall’altra e viceversa e quindi il ponte è indispensabile. E deve essere sicuro. Il ponte serve a collegare. Non ho mai visto ponti come un elementi di disgiunzione».
Che cosa insegnano il ponte mezzo chiuso, il disagio, la polemica?
«Bisogna cominciare a riflettere in termini più organici sui rapporti fra le nostre comunità, e parlo di trasporto pubblico locale, parlo di sanità, parlo di sistema territoriale che oggi guarda ad aree vastissime, ma poi magari non riesce a vedere dall’altra parte del fiume. A poche centinaia di metri».
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