La Nuova Ferrara

Ferrara

Prima confessa le rapine Poi Pajdek fa scena muta

Prima confessa le rapine Poi Pajdek fa scena muta

Aveva confermato al pm Di Benedetto gli assalti a Mesola, Coronella e Villanova Ma non risponde ad altro magistrato, Tittaferrante, che segue l’indagine sui colpi

2 MINUTI DI LETTURA





Una banda, la stessa firma per tre diverse rapine. Ma le indagini sono uno “spezzatino”, senza avere la cornice del quadro - una scia di terrore culminata con un omicidio - perchè vengono svolte da tre diversi corpi di Polizia giudiziaria: Polizia di Stato, carabinieri di Comacchio e Reparto investigativo di Ferrara. Coordinati, sì, dalla procura, ma da un altro pm, Giuseppe Tittaferrante, rispetto chi ha indagato sull’omicidio di Pier Luigi Tartari, il pm Filippo Di Benedetto.

La conferma di uno scollamento nelle indagini - pur attenuato da spiegazioni tecniche possibili e obbligate dai codici di procedura - arriva dal comportamento di Ivan Pajdek che prima confessò di aver partecipato alle tre rapine di Villanova, Mesola e Coronella ad altro magistrato (Di Benedetto), in altra indagine (omicidio Tartari), con altro avvocato (Daniele Borgia). Poi, nei giorni scorsi, davanti al pm Tittaferante, titolare delle indagini sulle rapine, assistito da un altro avvocato d’ufficio, lo stesso Pajdek che - ribadiamo confermò gli assalti a Mesola, Coronella e aggiunto il terzo (a Villanova) - si è avvalso della facoltà di non rispondere. Stessi fatti, confermati da una parte, smentiti dall’altra. Strategie difensive, certamente. Ma paradosso resta. Perchè Pajdek, capo della banda, nonostante potesse opporsi all’estradizione dalla Slovacchia, innescando un braccio di ferro che avrebbe allungato i tempi dei processi, decise di tornare in Italia per vuotare il sacco: e lo ha fatto in un primo momento. Per poi dopo non aprirlo per niente, davanti ad altri inquirenti che lo interrogavano. Agli atti, al di là del paradosso resta la scia lasciata dietro di sè questa estate dalla banda Pajdek, Ruszo e un terzo straniero ancora latitante, una scia di terrore che ha fatto da preludio alla tragedia di Pier Luigi Tartari. Una successione di assalti armati in case isolate e abitate da anziani che non aveva precedenti a Ferrara. Fatti che - particolare importantissimo - solo dopo l’omicidio Tartari sono stati collegati, dopo averli incasellati nel calendario: 26 luglio, a Villanova di Denore (Alessandro Colombani, 45enne, la vittima), 30 luglio a Mesola (Emma Santi, 93 anni), quindi 5 agosto a Coronella (famiglia Bertelli, padre anziano invalido). E 9 settembre, in un crescendo, ad Aguscello. E allora, perché con accorpare tutto in una unica inchiesta? Perché non coordinare indagini con un pool che ha quantomeno memoria di atti e dichiarazioni? Ora, l’inchiesta Tartari è finita, processo 5 maggio. Quella delle rapine in via di chiusura. Mentre è ancora latitante un quarto uomo. Ricercato da chi? Chi degli enti di polizia coinvolti dovrà - potrà - arrestarlo? Gli stessi enti che - da quanto si apprende - non sembrano aver condiviso appieno tutti gli atti delle loro, singole indagini?

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google