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Si masturba davanti al ristorante: assolto

Si masturba davanti al ristorante: assolto

Gli atti osceni non sono più reato: niente condanna ma sanzione amministrativa L’avvocato Morassutto: «C’è il rischio di una deriva di comportamenti inurbani»

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Assolto perché il reato non è più previsto dalla legge. Non ha potuto far altro che prendere atto dell’avvenuta depenalizzazione, il tribunale di Ferrara, nel mandare assolto un quarantenne ferrarese finito a processo per essersi calato i pantaloni e masturbato davanti alle vetrine del ristorante giapponese Mizuumi di via Marconi, sotto gli occhi allibiti e schifati dei clienti che cenavano. All’episodio, avvenuto nell’ottobre del 2013, era seguita una denuncia per atti osceni: articolo 527 del codice penale, reato punito con la detenzione da 3 mesi a 3 anni. Senonché nel frattempo è intervenuto il decreto legislativo n.8 del 2016 con la depenalizzazione di una serie di reati, tra cui la guida senza aver mai conseguito la patente e, appunto, gli atti osceni (ma non se compiuti davanti a minorenni). Al posto della condanna, è prevista una sanzione amministrativa, in questo caso dai 5.000 ai 30.000 euro che però l’imputato - nullafacente e con già una condanna patteggiata per reati sessuali - difficilmente potrà mai pagare. L’uomo era difeso dall’avvocato d’ufficio Paola Zavarini e dall’avvocato Luca Morassutto come sostituto processuale. È lo stesso Morassutto a sottolineare come la depenalizzazione di reati «anche forieri di allarme sociale», unita all’abrogazione di altri, come l’ingiuria, (secondo il decreto “gemello” n.7 del 2016) porti con sè il rischio di una «deriva di comportamenti inurbani». Inoltre «se l’obiettivo primario dei due decreti è quello di decongestionare la giustizia penale, le conseguenze sono destinate a ricadere sulla sezione civile, non meno “ingolfata”». E, quello che è più grave, «creando un problema di mancato esercizio dei propri diritti, a scapito delle persone offese». Perché se in caso di reato depenalizzato e divenuto illecito amministrativo, scatta una sanzione da parte dello Stato (con grandi incognite sul suo effettivo pagamento), in caso di abrogazione l’unica strada da percorrere per sperare in un risarcimento è la causa civile. «Prendiamo come esempio il reato di ingiuria - spiega Morassutto - In precedenza le persone offese potevano costituirsi parte civile nel processo penale, con un costo di 27 euro per la marca da bollo (più le spese processuali, attribuite però agli imputati in caso di condanna). Oggi, per lo stesso reato, per istruire una causa civile servono 276 euro solo di contributo unificato, dieci volte tanto, più la parcella. Considerati i tempi più lunghi della giustizia civile, il rischio è che per certi reati la giustizia diventi una giustizia per ricchi. Tutti gli indirizzi europei in materia vanno verso la tutela della persona offesa - conclude Morassutto - mentre il nostro Diritto Penale va nella direzione opposta».

Alessandra Mura

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