La Nuova Ferrara

Ferrara

la preoccupazione di cgil, cisl e uil

«Cona, ancora lacrime e sangue»

Tagli e piani di rientro. E il S. Anna vince causa contro Prog.Este

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Dopo l’accordo sul contenzioso portato davanti al Tribunale delle imprese e chiuso a fine 2015 con un esborso di circa 6 milioni da parte dell’azienda Sant’Anna a favore del consorzio Prog.Este, il giudice che dirime contese tra le aziende è entrato in scena di nuovo in una causa che contrappone l’ospedale a Prog.Este e alla cooperativa Coopser. Questa volta il giudice ha accolto l’interpretazione data al contratto sulla logistica (trasporti) da parte del Sant’Anna (ai tempi era direttore Gabriele Rinaldi). La lite era sorta sui volumi di servizio e sui costi relativi (Prog.Este chiedeva un aumento dell’erogazione finanziaria) e, dopo la sentenza del giudice (che potrà essere appellata), potrebbe far sentire i suoi effetti nella trattativa tra le parti che si aprirà nelle prossime settimane sul project financing.

Contratto che ieri è finito nel mirino dei sindacati. Si annuncia infatti un 2016 «di lacrime e sangue» per la sanità ferrarese, scrivono in un lungo e «preoccupato» comunicato stampa le segreterie di Cgil, Cisl e Uil, dopo che è stato «confermato il finanziamento del fondo regionale dell'anno precedente - spiegano i sindacati - con una sessantina di milioni di euro in più da tenere però fermi, nel cassetto, in attesa del riordino dei livelli essenziali di assistenza». Ma in realtà, così sottolineano Cgil, Cisl e Uil, si ragiona «“a risorse invariate" per tutte le province tranne due. Solo una vedrà un finanziamento aggiuntivo, al contrario Ferrara sarà penalizzata». E tra i principali motivi della nuova tagliola pronta a scattare compaiono i costi del «polo di Cona» e in particolare l’ormai criticatissimo project financing. Da tempo la provincia estense necessita di un intervento di ripiano a garanzia dell'equilibrio economico finanziario da parte del bilancio regionale che ormai supera svariate decine di milioni di euro. «Nella sostanza - puntualizzano i sindacati - oltre alle risorse distribuite ad inizio anno, ne servono altre del bilancio regionale per riuscire a garantire i servizi esistenti». Uno dei motivi dello sbilancio risiede «nella nota differenza di costo pro capite che a Ferrara è storicamente il più alto dell’Emilia Romagna. Per questo motivo la Regione sembrerebbe voler puntare i piedi: imporre a Ferrara un calo del finanziamento e, in aggiunta, in relazione alla possibilità contenuta nella legge di stabilità, anche un piano di rientro.

Sull’entità del “rientro” si parla di 4-5 milioni quest’anno, una somma che potrebbe comportare ulteriori tagli e rendere più complicato il recupero della mobilità passiva, che dipende dalla capacità di immettere risorse nel sistema. Tutto questo, aggiungono i sindacati, dopo «la chiusura di tre ospedali, di tre pronto soccorso, la riduzione di oltre 450 unità di personale, la concentrazione delle attività di specialistica, il riordino del laboratorio con la lavorazione in un punto unico delle provette del sangue, l'unificazione del settore tecnico-amministrativo, l’allineamento del rapporto posti letto/abitanti alle realtà regionali più efficienti».

Con l’applicazione meccanica di questa scelta «si cancellerebbe nei fatti - argomentano i sindacati - il modello solidaristico per anni vanto dell'alto profilo istituzionale regionale».

Il project financing fa aumentare costantemente «i costi dei servizi no-core» ma «le economie non si possono più ricercare solo nei servizi sanitari e sul personale», rimarcano i tre sindacati. Si cercano perciò soldi «per tappare i buchi che rischiano di essere impossibili da chiudere con lo scorrere degli anni, in una rincorsa dove a pagare saranno i cittadini di Ferrara e provincia».

In mancanza di risposte, già sollecitate, viene richiesta l’apertura di un confronto ampio, in particolare «sul sistema di finanziamento e sui criteri di ripartizione» oltre che sulla «questione del “progetto di finanza”» perché «vanno ricercate soluzioni definitive». Ma è anche «arrivato il momento che le Case della Salute vivano sette giorni su sette del loro importante apporto», concludono i sindacati.

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