«Ferrara sazia e disperata? Disperata. Ha finito i soldi»
Nel libro di Lorenzetto c’è anche il vescovo: “Italiani seri nel Paese del blablà” «Ogni mattina prego: Signore, oggi non farmi combinare troppe cavolate...»
Da oggi è in libreria “Giganti” di Stefano Lorenzetto (Marsilio, 396 pagine, 19 euro), 35 ritratti di “italiani seri nel Paese del blablà”, come si legge nel sottotitolo. Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo alcuni brani dal capitolo sull’arcivescovo di Ferrara- Comacchio, Luigi Negri, scritto primo della presunta telefonata in cui il presule avrebbe criticato Papa Francesco.
di STEFANO LORENZETTO
Intervistare monsignor Luigi Negri, arcivescovo di Ferrara e Comacchio e abate di Pomposa, “implacabile propugnatore dell'ortodossia” (ipse dixit), è un esercizio spericolato per cervello, mano e orecchie. Impossibile trascrivere il suo pensiero se non si dispone di un registratore: né il polso né il blocnotes riescono a contenere l'alluvione di concetti che il presule esprime con limpida concatenazione.
E qualsiasi schema dialogico viene scompaginato soprattutto se, come accade per tutta la durata del colloquio, salgono dalla strada i cori incessanti dei giovani radunati per le feste di laurea in Volto del Cavallo, tra la piazza della cattedrale e quella del municipio: “Dottooore, dottooore, dottooore del buso del...”, con quel che segue.
“È sempre così, giorno e notte. Una volta, l’estate scorsa, fino alle 5.20 del mattino. Ci ho fatto il callo”. Ma non è vero che sua eccellenza abbia chiesto al Comune di spendere 30.000 euro per recintare l’area con le catene: “Ho solo posto un problema educativo: non potete lasciare che un’intera generazione passi la vita a bere e a drogarsi, perché la perderete anche fisicamente”.
Nei 100 metri scarsi che da qui portano al Castello Estense, succede qualcosa di ben più strano da alcune settimane.
Capannelli di passanti si fermano a commentare l'enorme stendardo che monsignor Negri ha fatto esporre sull’ingresso del palazzo arcivescovile. Vi sono tracciate sopra una “nun” verde, la venticinquesima lettera dell’alfabeto arabo, corrispondente alla “n” dell'alfabeto latino, e la scritta “’N’ come Nazareno: il marchio della vergogna sulle case dei cristiani. Vergogna per chi lo ha posto”.
Il riferimento è all'infame cernita compiuta a Mosul, in Iraq, dai tagliagole dello Stato islamico. “Per molti cristiani segno di martirio, cioè di vittoria”, si legge sotto lo stemma del prelato, che ha per motto “Tu fortitudo mea”.
Ecco, la cifra dell’arcivescovo Negri, 74 anni, milanese di Porta Romana, una vita spesa tra Comunione e liberazione e l’insegnamento all’Università Cattolica, i 35 volumi della Summa theologiae di San Tommaso d’Aquino allineati nella libreria, I promessi sposi e l’Ipad sulla scrivania, è tutta qui: un combattente nato. “Se non avessi scelto il sacerdozio, mi sarebbe piaciuto diventare generale dei carabinieri", confessa.
Lei ha parlato chiaro: “È il momento di riprendere l'idea di San Tommaso d'Aquino per cui è tollerabile che esista una forte azione di legittima difesa”. Per scendere nel pratico: che si fa con lo Stato islamico?
«Bisognerebbe tentare di disarticolarne il vertice, folle e barbaro. Ci vorrebbe il ricorso a quell’”ingerenza umanitar. ia” predicata da papa Wojtyla alla faccia di tutti i novatori teologici, un’azione vigorosa e mirata, come quella che impedì alla guerra nei Balcani di trasformarsi in tragedia totale. Ma per promuoverla servono testa e palle».
Merce rara oggidì.
«Non sono un politico e neanche un politologo. Ma lo spettacolo offerto dagli statisti nazionali e internazionali è desolante. Da chi dovrei aspettarmi una valutazione critica della sfida che il Medio Oriente pone al mondo civile? Da Barack Obama? Da David Cameron? Da Matteo Renzi? Da François Hollande, che all’alba va a portare i croissant all’amante mascherandosi con un casco? Qual è la loro progettualità? Non l’ho capito. Nel panorama di silenzio connivente e di iniziative inconcludenti, l'unico che ha gli attributi, devo ammetterlo con profonda vergogna, è Vladimir Putin».
Il Papa ha scelto due preti di strada come pastori delle diocesi di Palermo e Bologna. Sulla cattedra di San Petronio, al posto del conservatore Carlo Caffarra è arrivato il vescovo Matteo Zuppi, che passa per progressista. Bologna dista da Ferrara 53 chilometri. Le fischiano le orecchie?
«A me no. Spero che non fischino a monsignor Zuppi. Circa i preti di strada, vorrei dire una cosa che mi addolora molto: io non riconosco a nessuno, laico o ecclesiastico che sia, e men che meno a quei pennivendoli che passano per vaticanisti, il diritto di stabilire gerarchie e contrapposizioni nel clero e nell’episcopato. È offensivo e vergognoso affermare che alcuni preti sono “di strada” mentre altri vivono comodamente nelle parrocchie o che alcuni vescovi hanno “l’odore delle pecore” mentre altri stanno rinchiusi nei loro palazzi. Quand’ero pastore a San Marino, ho visto decine di sacerdoti spendersi con zelo in comunità sperdute. Carpegna o Novafeltria non sono meno periferia del mondo di Buenos Aires, di Berlino o di Milano. Anzi, le considero trincee».
Don Vitaliano Della Sala, il prete campano che “predicò” al Gay pride durante il Giubileo del 2000, ha reso noto: “Ho cominciato a benedire coppie di gay o di divorziati”.
«Il beato cardinale John Henry Newman da presbitero anglicano si convertì al cattolicesimo, dopo aver studiato l’eresia ariana, perché sosteneva che la Chiesa è un ordo, un ordine: intellettuale, morale, esistenziale, sociale.
Lo ricordai a Benedetto XVI quando venne in visita nella diocesi di San Marino, che non aveva mai visto un papa. “È vero”, annuì. E io aggiunsi: ma oggi la Chiesa non è un ordo, è un casino. Testuale. Serve una riforma vera, che faccia nascere un’unità plurima. Però nella disciplina.
Un cardinale tedesco è arrivato a dichiarare che i suoi confratelli africani non sono in grado di capire le sottigliezze dei teologi teutonici, dando l'impressione che ciò dipenda dal fatto che i primi sono neri. È incredibile».
Ha avuto modo di confrontarsi con il Papa in proposito?
«Ho potuto parlarci insieme per pochi secondi due volte, a margine di assemblee generali della Cei».
Pochi secondi?
«Senz’altro meno di un minuto».
Eppure Bergoglio ha trovato il tempo per telefonare a Marco Pannella e a Emma Bonino, che praticava aborti con una pompa per bicicletta, e di ricevere in udienza un trans spagnolo accompagnato dalla fidanzata.
«E con ciò? Chi sono io per giudicare il Papa?».
Ferrara è “sazia e disperata” come la Bologna che descrisse l’arcivescovo Giacomo Biffi?
«È solo disperata, perché ha finito i soldi. Ma sotto l'urto della povertà è rinato il dialogo con tante famiglie».
Nel 2015 ha ordinato due soli preti novelli. Pensa con angoscia a quando le capiterà di non consacrarne più neppure uno?
«No, perché nel 2016 ne ordinerò il triplo, sei».
Com’è possibile in una città disperata?
«È possibile perché ogni mattina, appena sveglio, prego così: Signore, non farmi combinare troppe cavolate. In quel momento mi compare nella testa don Giussani, che mi ha insegnato la baldanza della fede. E che mi fa dire ai miei preti: vi attende una vita sacrificata e lieta».
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