La Nuova Ferrara

Ferrara

la domenica

Il nostro modo di vivere

di Stefano Scansani

L'editoriale del direttore. Tra i 99 nomi di Allah, il sesto è Salàmu, cioè la Pace: "Dio è colui che dà la pace e la salute"

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FERRARA. Stiamo vivendo tempi straordinari perché sono cambiate cause e maniere del combattimento fra uomini. Gli oggetti delle contese fino a ieri erano la terra, l’acqua, le risorse, gli sbocchi al mare, la supremazia truccata da razza, religione o politica. Oggi i terroristi di Daesh s’ammazzano pur di ammazzare, nel nome di Dio. Paradossale: più morti fanno più meritano gloria, e se si fanno esplodere raggiungono svelti il paradiso. Perché?
L’afasico coro dei leader dell’Unione europea ha una risposta, sentita e risentita appena dopo Parigi, appena dopo Bruxelles: “Vogliono distruggere il nostro modo di vivere”.È un’analisi fragile quanto la reazione scoordinata delle capitali occidentali. Modo di vivere significa stile, consuetudine sicuramente civile e democratica, ma è un vuoto a perdere. Il modo di vivere rischia di venire scambiato per abitudine: andare al bar, frequentare sale da concerto, prendere il metrò, raggiungere l’aeroporto. Sono infatti le azioni che caratterizzano la nostra libera esistenza che i terroristi di Daesh insidiano, perché lì c’è la massa, cioè il nostro “noi”, l’insopportabilità dei “crociati” (laici ed atei compresi).


“Vogliono distruggere il nostro modo di vivere” è una lettura insufficiente e superficiale. Il coro dei leader europei infatti non aggiunge la sostanza: appartenenza, unità, vigore, strategia, rigore. Ecco, se per la difesa e l’intelligence, l’accoglienza, la coerenza e la cultura identitaria fosse cresciuto lo stesso rigore pressorio che si spreca per l’euro, la spending review, il bail in, le procedure d’infrazione o le quote latte, non saremmo immuni dalle bombe, ma più coerenti e pronti a reagire alla pianificazione del terrore. L’Europa non c’è.
L’Europa c’è così poco che tocca alla gente sostituirla con segni effimeri, candele accese, gessetti nelle piazze, je suis Charlie, je suis Paris, je suis Bruxelles. Azioni spontanee che passano come inermi, astratte, pacifistiche. Ma che in verità suppliscono all’assenza di una sola voce politica certa e alta, europea. E se è vero, come è vero, che Bruxelles è una città che non conosce il suo ventre e il Belgio sarebbe uno stato fallito, questo vale per la Ue, perché Bruxelles ne è la capitale baricentrica burocratica, e il Belgio uno stato fondatore del Benelux nel 1948, e del Mercato comune europeo nel 1957.


Ma che cosa si vuol pretendere, oggi, da 28 Paesi partner che aumentano il girotondo di stelle gialle sulla bandiera blu? Ognuno tira l’acqua al suo mulino, blinda le proprie frontiere, affronta a modo suo o chiude gli occhi su una migrazione epocale. Che Unione è se ogni Stato è in apprensione per l’arrivo del terrore dal Mare (arcaico mito mediterraneo dell’invasione) o dai Balcani (antica ansia da conquista ottomana), quando i kamikaze sono iscritti ormai alle nostre anagrafi, registro nati? E aggiungo che neanche si sa quale senso dare alla parola “integrazione” per la quale anche gli integrandi devono essere d’accordo. Quale comune strategia, o peggio, quale collettiva reazione culturale possiamo preventivare se ancora non abbiamo dato un nome preciso a questi assassini con passaporto europeo e alla loro organizzazione (non islamica, ma islamista)? Le parole sono importanti, perché esercizio della conoscenza. Dunque i terroristi ammazzano a comando dell’Isi (Islamic State of Iraq), dell’Isis (Islamic State of Iraq and Siria), dell’Isil (Islamic State of Iraq and Levant), dell’Is (Islamic State), del Sic (State of Islamic Caliphate). Anche qui, con le sigle, la linea comune non esiste.


Sarebbe opportuno imporre il nome di Daesh a questo fenomeno, come hanno fatto i francesi e ora gli americani. Si tratta della sigla araba di Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham (“Lo Stato islamico dell’Iraq e della grande Siria che corrisponde al Levante”). Ma Daesh nella lingua di Maometto ha un suono simile ai verbi “calpestare e distruggere”: distruttori fanatici. Viene usato in senso denigratorio. E loro, gli assassini, si arrabbiano. Non tollerano questo appellativo. Com’era capitato più o meno in Gran Bretagna dagli anni Trenta del Novecento in poi per la parola Nazi (nazista) assonante con nasty che significa disgustoso, cattivo. Al di là dei droni e dei bombardamenti, dell’intelligence europea, nella nostra civiltà delle lettere e della libertà di espressione, dovrebbero essere i musulmani a gridare Daesh-distruttori fanatici. Spontaneamente, perché Allah è al Salàmu, la Pace. Sarebbe il tempoche le autorità più influenti dell’Islam, così pronte ad emettere la fatwa (condanna univesale) su tutto ciò che è blasfemo per il Corano e la Sunna, cioè il Libro e la consuetudine, lo facessero contro Daesh e gli ammazzamenti nel nome di Dio.
I musulmani venuti ad abitare ai margini o in mezzo all’Europa, nati qui, cresciuti qui, disperati o felici qui, lavoranti qui, sono dentro il nostro modo di vivere. Anzi no: il nostro mondo da vivere.

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