La Carife nel Salvabanche con notizie e dati sbagliati
All’Europa, Bankitalia diede informazioni non esatte sul Fondo Interbancario Gli atti della Fondazione al Tar: «Troppa fretta di accomunarla ad altre banche»
«Nella fretta di accomunare Carife ad altre banche, Banca Italia e Ministero per l’Economia e Finanze paiono aver volutamente ignorato che per Carife non esistevano i presupposti per la risoluzione che la rendevano impossibile e illegittima».
Carife «trascinata». Pasticcio era e pasticcio resta, quello in cui è finita la Cassa di Risparmio di Ferrara secondo il ricorso al Tar della Fondazione Carife, annunciato da mesi e che ha avuto una impennata domenica scorsa nell’intervento del presidente Riccardo Maiarelli alla riunione degli “azzerati” che ne ha svelato pubblicamente alcuni retroscena. Perchè Carife non doveva essere «trascinata» dentro il Salvabanche in quanto aveva e ha storia, numeri, esiti del commissariamento e prospettive completamente diverse dalle altre banche finite nel tritatutto del decreto che ha azzerato obbligazionisti e azionisti. Bastano le poche righe citate nell’atto depositato al Tar per illustrare la contesa fissata per il 18 aprile davanti al Tar del Lazio.
Sapremo la storia di Carife. Contesa che, comunque andrà a finire contro Banca Italia e il Governo (in realtà ministero economia e ministro), è destinata a rappresentare la nuova pietra miliare della infinita storia giudiziaria di Carife, il nuovo punto di partenza per capire cosa è successo prima, durante e dopo la decisione di metterla in risoluzione assieme alle altre, Etruria, Carichieti e Banca Marche. Una decisione che leggendo gli atti al Tar è stata adottata con una «frettolosa istruttoria, messa in atto per arrivare alla risoluzione», senza valutare la situazione di Carife.
Carife aiutata dal Fondo. Cassa di Risparmio che, come ricordiamo, aveva già trovato una soluzione per uscire dalla crisi con l’intervento del Fondo interbancario, un aumento di capitale deciso da «un consorzio assicurativo tra banche italiane» e dunque - circostanza fondamentale per la causa al Tar - con ruolo privato.
Nessun aiuto di Stato. Ma, secondo Banca Italia e il governo, invece, l’intervento del Fondo sarebbe stato visto dalla Commissione europea finanze come «aiuto di Stato», e in caso di accoglimento, l’operazione Carife-Fondo avrebbe innescato una infrazione contro l’Italia. Peccato che, come viene copiosamente illustrato negli atti, Banca Italia e Ministero abbiano fatto ben poco per informare la Commissione europea sulla vera natura del Fondo: «Non risulta che - si spiega nei documenti -, in via istruttoria, lo Stato italiano ed in particolare Banca Italia, abbia prospettato alla Commissione il caso di aumento di capitale di Carife nei suoi esatti termini». E anzi, addirittura, risulterebbe averlo “confuso” con altri interventi del fondo senza evidenziare che nel caso di Carife il Fondo aveva un ruolo privatistico.
Non hanno esternato. La stessa documentazione depositata al Tar conferma questa carenza di informazione, poichè secondo Fondazione Carife «sia Ministero che Banca Italia non hanno esternato alla Commissione Europea un fatto dirimente (risolutivo, ndr), proprio dell’ordinamento italiano che esclude per definizione che la partecipazione del Fondo in una società bancaria consorziata potesse avere natura di aiuto di Stato». Aiuto sì, ma non di Stato perché il Fondo interbancario italiano, a differenza di altri analoghi europei (da qui l’ulteriore pasticcio) ha un ruolo operativo nell’interesse dei consorziati, le banche: ha ruolo privato, usa soldi e risorse private.
Tutto era pronto. I soldi, dunque c’erano: quei 300 milioni dell’operazione salvataggio, deliberata dall’assemblea del 30 luglio scorso. Una soluzione già in cantiere per la crisi di Carife, altro presupposto ignorato da Banca Italia e Governo, che hanno insistito nel dire che la “risoluzione” di Carife era l’unica soluzione presente per lo stato di dissesto. Risoluzione che - spiegano i tecnici - non è applicabile in caso di «accertata sussistenza di misure alternative di vigilanza o di mercato attuabili in tempi adeguati per superare la situazione di dissesto».
Soldi nuovi dall’estero. Per Carife erano pronto tutto: c’erano i tempi, i soldi, il sacrificio dei ferraresi che si mettevano in pancia le azioni in caduta a 0.27 centesimi. C’era anche di più: l’interessamento - scrivono negli atti i legali della Fondazione - del fondo di investimento estero Ares che era disposto a subentrare per la metà della quota del Fondo (dunque 150 milioni) e in più era interessato a comprare i crediti in sofferenza di Commercio & Finanza.
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