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La croce dei Minzoni unico monumento

di Davide Bonesi
La croce dei Minzoni unico monumento

Spuntano i diari inediti di un’adolescente argentana che racconta cosa avvenne alla fine della Seconda Guerra Mondiale

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LONGASTRINO. Seconda puntata del nostro servizio-indagine su quello che abbiamo denominato “Triangolo della morte”, ovvero il territorio compreso fra i Comuni di Argenta, Alfonsine e Conselice, dopo nell’immediato secondo dopoguerra ci furono parecchie vittime, molte di queste senza alcuna giustificazione. Ma la vera novità è che dal romanzo Il sasso che alza il cielo della giornalista e scrittrice longastrinese Lara Foletti (Faust Edizioni) un parente di una di queste vittime ha intrapreso una (sicuramente lunga) battaglia legale per ottenere la possibilità di scavare nella zona delle Valli di Campotto, dove secondo le testimonianze di diverse persone ci sarebbero seppelliti molti corpi.

A margine di tale territorio, appena passato il Reno, ossia nella zona di Lavezzola, in quella che è stata denominata “Valle dei Desaparecidos”, il 25 aprile (giorno scelto non a caso) del 2003 Guido Minzoni appose una croce di ferro sulla Strada Destra Sillaro, sull’argine dell’omonimo canale di Lavezzola collegato al fiume Reno. La famiglia di Minzoni è emigrata a Milano nel 1946, ma saputo quanto avvenne ad alcuni suoi famigliari, iniziò da subito una battaglia per avere giustizia. Battaglia persa, nella quale l’unica consolazione per lui è stata quella di ricordare le vittime apponendo una croce nel luogo dove presume siano i suoi cari, di fatto unico monumento per queste vittime.

In anni successivi alcune persone si misero a cercare queste fosse comuni, anche utilizzando metal detector: «Abbiamo trovato tanti proiettili di armi di quel periodo - ci racconta un testimone oculare -, ma la Cooperativa che gestisce il terreno confinante con le Valli di Campotto ci ha fatto inviare una lettera dal proprio legale. In effetti, la nostra era violazione di proprietà, nessuno di noi aveva né denaro da spendere né voglia di impelagarsi in questioni legali, anche se a spingerci era una motivazione giustissima. Ma le fosse comuni in queste zone sono tante, d’altronde i bombardamenti degli alleati tra ’44 e ’45 furono tantissimi: l’obiettivo era il ponte della Bastia che fu sempre mancato. Nelle buche create dalle bombe successivamente furono buttati i corpi delle persone giustiziate a fine guerra. Così era molto più semplice seppellirle...».

Proprio a Lavezzola (Ra), a Villa Farné, venivano tenuti processi molto sommari. Mai l destino per chi veniva prelevato dalla propria casa era segnato. La sfortuna di Longastrino - come ci ha spiegato un lettore dopo l’uscita della prima puntata di questo nostro viaggio - è stata quella di non avere alcuna ‘spia’, come avvenne invece per Anita, dove il comandante dei partigiani Giulio Fabbri, saputi i nomi delle persone che dovevano essere giustiziate perché ritenute vicine al regime fascista, riuscì ad avvisare i propri compaesani salvandoli da morte certa.

E mentre prosegue la battaglia legale per scavare nelle Valli di Campotto, siamo riusciti ad avere alcuni diari assolutamente inediti di quel periodo, scritti da un’adolescente argentana che racconta con dovizia di particolari quanto avvenuto ad Argenta e dintorni nella primavera del 1945.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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