Frankenstein chiama, Harry Potter risponde
L'ennesima versione cinematografica del romanzo gothic-horror di Mary Shelley
Frankenstein, inteso come il mostro che prende vita in laboratorio dalla geniale follia del suo creatore Victor, è stato protagonista di una sessantina di film a cominciare dal 1910, quando comparve per la prima volta agli albori della cinematografia in un video ovviamente muto.
Il personaggio è nato dalle fervida mente di Mary Shelley durante una di quelle sfide gotiche all’ultimo horror che andava di moda tra gli scrittori più à la page, tra cui Lord Byron e il futuro marito della scrittrice, giusto 200 anni. Insieme a Dracula è un’icone del cinema per stomaci forti e forse anche per questo si presta a drammoni più o meno carichi di tensione ma spesso e volentieri anche a scanzonate parodie tra cui la più riuscita resta Frankenstein Junior di Mel Brooks datata 1974, dove la parte del leone la faceva Igor, un irresistibile Marty Feldman. E anche in questa ennesima versione del racconto della Shelley, diretta da Paul McGuigan (regista che si è distinto una decina di anni fa soprattutto per Slevin-Patto criminale) è proprio Igor che diventa molto più di un alterego per Victor.
È bene segnalare che il film non propone nulla di nuovo rispetto ad un copione sempre in bilico tra i rimorsi etico-morali, i confini della scienza e l’ambizione di trovare l’immortalità, anche se non raggiunge il melodramma tipicamente teatrale dell’opera di Kenneth Branagh del 1994. Come nell’assemblaggio del mostruoso Frankenstein, c’è molta confusione in materia. I giovani protagonisti svolgono un ruolo intenso anche se un po’ ingessato in certi schemi. D’altronde sia Victor (James McAvoy) che Igor (Daniel Radcliffe), rischiano di rimanere imprigionati rispettivamente nel personaggio di Charles Xavier nella serie degli X-Men e dell’ancora più ingombrante Harry Potter, il maghetto dei romanzi della Rowling dell’omonima famosissima saga. Alla fine rimane una storia con lampi visionari, ma fino ad un certo punto.
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