La Nuova Ferrara

Ferrara

E così Ferrara mi ha detto "svegliami"

di Stefano Scansani
E così Ferrara mi ha detto "svegliami"

Il saluto del direttore Scansani

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“Nasce da questo una disputa: s’elli è meglio essere amato che temuto, o e converso. Respondesi… è molto piú sicuro essere temuto”. Il Principe di Niccolò Machiavelli, cap. XVII

Avevo un bel da scrivere il 17 marzo di tre anni fa quando figuravo il mio arrivo alla Nuova come un destino ineluttabile. Per le mie radici infilate nella Lombardia emiliana, e convinto che Ferrara e il Ferrarese fossero su un piano geografico inclinato. Qui tutto slitta. Va in discesa, scrivevo.

Ora, nel momento del congedo, devo confessare il ravvedimento. Qui adesso tutto decelera. Arranca. E va in salita. I lettori avranno infatti intuito che ho amato graffiare la pancia e la schiena di questa città, di questa provincia. Non per il vizio o la smania della critica, ma per due categorie d’amore: quella per il mio lavoro che deve mettere occhi, naso, orecchie e mani nei fatti d’ogni giorno, visibili e invisibili; quella per Ferrara la quale, non in un sogno, mi ha detto “svegliami”. Mi correggo.

Ferrara chiede ai ferraresi di svegliarla, non tanto dalla flemma e dallo scetticismo che per la provincia italiana sono talenti del buon vivere, ma dalla sua marginalità, dal suo sostare economico. Dalla sua indecisione con chi stare e dove andare. Dall’assenza di progetti estesi, lunghi, strutturali che coinvolgano tutti, ma proprio tutti i poteri del luogo, i quali, a loro volta, per discendenza dinastica provengono dalle corporazioni estensi, dal sacrosanto rinascimento. Che però compie cinquecento anni, quanto l’Orlando Furioso. Troppi.

Di carta e digitale, La Nuova Ferrara è il tessuto connettivo del territorio. Così innervato da cogliere e raccontare sensazioni minuscole e traumi epocali. Questo mio saluto coincide con un’ulteriore fase incognita dopo il crac della Costruttori e il terremoto del 2012: la fase scatenata dai travagli e dal rigor mortis della vecchia Carife, per il quale non c’è ferrarese che non sia stato strinato, non c’è pezzo del sistema economico e sociale locale che non abbia subìto il contraccolpo.

L’azienda e la famiglia, il pensionato e il libero professionista, lo studente e l’imprenditore. Pensateci: in tre anni tutto è mutato, non è più come prima, il Ferrarese si è impoverito e la città attende un nuovo disegno. Questo vuoto di progetto incanala i problemi verso il silenzio, oppure alimenta la noia di una campagna elettorale continua. Il mio mestiere è anche quello di pestare i piedi, ogni tanto, quando ci vuole ci vuole. Se l’ho fatto non chiedo scusa, perché il mio giornale ha fornito a tutti l’occasione di scrivere, contraddire, replicare. Il ruolo della Nuova, giorno per giorno, è stato determinante. Ha riservato nulla a nessuno. Ha cercato e mostrato le carte. Ha anticipato gli eventi. Ha messo a nudo le inadeguatezze e le consuetudini, le precedenze e il consociativismo. La Nuova se n’è fatta un baffo dei silenziatori e delle sordine.

Ogni giornalista, di questa storica speciale invidiabile redazione, ha partecipato allo scavo, e a quella attività cronistica (non eccentrica, ma obbligata) che è lo scoperchiamento delle pentole. Appunto per questo criterio di dedizione al lavoro ho scomodato Machiavelli e la sua teoria che l’essere “temuto” sia assolutamente meglio del venire “amato” oppure “odiato”. Sono fiero dei colleghi tutti d’un pezzo e comunque ibridi nel lavorare alla carta e digitare per il web, e di ogni collaboratore. Grazie ad essi lo scuotitore uomo di polso – così vengo raffigurato - è stato fermo e corale. Ne sono orgoglioso.

Ma siccome i polsi sono due, ecco quell’altro. Quello del mio successore, Luca Traini che per lo scavo delle notizie, le inchieste, la gente prima di tutto, il giornale aperto, ha la mia stessa esperienza, provenienza, vocazione. Ciò vale anche per la vita della città e degli altri 23 Comuni, dal Po all’Adriatico, dal Panaro al Reno, ovvero l’identità e l’appartenenza che qui sono larghe, forti, dall’esperienza del Palio alla vitalità del volontariato, le sagre alle intonazioni dell’Alto e del Basso ferrarese, del Copparese e dell’Argentano, delle singolarità del Centese e di Comacchio.

Sono grato ai sindaci, alle comunità, alle parrocchie, alle associazioni, ai corrispondenti che facendo catena tengono insieme questa terra (e questa acqua). Per l’esperienza estense ringrazio l’Editore che mi ha dato e rinnova fiducia, garantito la massima autonomia. Mi è stata affidata la direzione della Gazzetta di Reggio, che insieme a quella di Modena è secondogenita, nata nel 1981, dalla madre Gazzetta di Mantova, antica di quattro secoli. La Nuova con i suoi 27 anni è infatti la più giovane delle testate di questa entusiasmante esperienza d’informazione e indipendenza che dalla piena pianura avvista il Delta e scavalla l’Appennino.

Non amo i riti delle promesse che hanno l’utilità di un souvenir. Dunque non scriverò che Ferrara mi mancherà. Affermo invece che Ferrara mi mancava, seppure le sono nato e cresciuto intorno, fra i suoi “però”, i suoi “ciò!”, i suoi “si è fatto sempre così”, il suo “va avanti ti…”. Ferrara ha forze buone e autentiche per andare avanti davvero. La metafora perfetta è nell’ordinata lena della camminata dei concittadini che, una volta in sella a una bicicletta, trovano una dimensione sfrecciante, l’ingorgo, l’impennata, l’accelerazione, l’alta velocità.

Ferrara mi mancava perché è un luogo innamorante, saturo di storie e bellezza per le quali ho un debole costituzionale. Nel Ferrarese non c’è soluzione di continuità fra il patrimonio del passato e gli eventi del presente, il primo fabbrica i secondi. Qui ho visto, goduto, parlato, mangiato, indagato, bevuto, polemizzato, alzato la voce. E scritto. Perciò si tratta di un’esperienza tosta che è parte di me. Mi porto via Ferrara. La utilizzerò da oggi in poi. Questo non è un rimpianto murato, ma il mestiere della prospettiva. Saluto ogni ferrarese, uno per uno.

 

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