Ambiente e turismo per un rilancio delle Valli
Progetto per un reinserimento del luccio italico nell’oasi di Campotto Tutelerebbe l’ecosistema e attrarrebbe pescatori e amanti dello slow food
ARGENTA. C'è un futuro per il ripopolamento del luccio italico in Vallesanta e con esso per lo sviluppo della pesca sportiva e per allacciare anche legami con lo slow food. Un cauto ottimismo degli addetti ai lavori, porta a ipotizzare che entro 5/6 anni gli argini di Vallesanta torneranno ad essere calpestati da specialisti dello spinning. Il progetto, davvero ambizioso, che ha convogliato al centro Mercato parecchi estimatori, è stato illustrato martedì sera. Nell'insolita veste di maître, il vicesindaco Andrea Baldini ha sottolineato come la filiera territorio-gastronomia parte dal monitoraggio che esperti di Unife hanno svolto in un anno. «Un progetto - ha detto - grazie agli stimoli giunti dai pescatori dall'Asd Vallesanta».
Dopo Oder Magri, presidente dei pescatori, convinto che se la valle può permettere questo progetto «perché non sperare che chi va in giro per l'Europa a pescare lucci, non possa venire a Campotto?», era atteso l’intervento sull'esito del monitoraggio di Mattia Lanzoni (docente Unife), che materialmente ha effettuato lo studio mediante tre tipi di campionamento (acqua, piccoli animali e fauna ittica) in tre stazioni di Vallesanta.
Un monitoraggio da cui risulta che l'acqua di Vallesanta non è in gran salute: degrado, un'alterazione, una eutrofizzazione ma soprattutto - questo è il vero e grosso problema - la scomparsa di vegetazione acquatica. Un elemento questo indispensabile per la vita del luccio. Inoltre, il fondo melmoso(60/70 cm) non promette niente di buono. Per quanto riguarda gli altri risultati del campionamento, sono state catturate 11 specie per un totale di 237 quintali fra carpe (in ottima salute), carassi, siluri e pesci gatto (che soffrono la mancanza di cibo). «Cosa fare? - ha detto Lanzoni - Non servono azioni stravolgenti, ma ripopolare va fatto solo se si fa un lavoro prima. Monitorare e concordare i livelli d'acqua in inverno per diminuire l'azoto e catturare le specie invasive». Bisogna fare «qualche cosa prima - ha aggiunto Giuseppe Castaldelli, responsabile tecnico del Parco - basandosi sui numeri del monitoraggio». Le alternative di vecchia pratica quali bruciare le canne o abbattere gli ittiofagi (è area Sic/Zps e non quindi non è possibile), dragare (soluzione troppo costosa) non hanno trovato spazio.
Per il progetto c'è la piena disponibilità di Paolo Pini, direttore della Bonifica Renana, il quale, oltre a parlare di «una sensibilità nuova», dà l'ok per l’avannotteria «ma fino ad un certo punto perché poi, dovremo trovare dei finanziamenti per gli equilibri economici». E a proposito di costi, Baldini ha riferito che fino ad oggi sono stati spesi 18/19 mila euro e che ne sono disponibili altri 60 mila (45 dall’Unione europea e 15 dal Comune).
Giorgio Carnaroli
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