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Omicidio Tartari: mamma Rosi, il grande buco dell’inchiesta

di Daniele Predieri
Omicidio Tartari: mamma Rosi, il grande buco dell’inchiesta

Non viene registrato il colloquio in carcere tra la badante e il figlio assassino, gli inquirenti volevano verificare se fosse la basista della rapina come la accusa Pajdek. Ma questa indagine è stata un flop: non si saprà mai il suo ruolo nella vicenda

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FERRARA. Cercavano la verità, procura e polizia: l’ultima verità sull’omicidio di Pier Luigi Tartari.

 

Per fugare ogni dubbio sul ruolo che aveva avuto Ruzena Sivakova, detta Rosi, madre di uno degli assassini di Tartari (Patrik Ruszo) nella rapina diventa omicidio.

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Gli inquirenti volevano accertare se la donna che lavorava come badante nella casa a fianco di quella di Tartari fosse stata la “basista”, l’ispiratrice del furto-rapina in casa, come l’aveva accusata Ivan Pajek, il capo della banda di assassini, che riferì esser stata Rosi a suggerire di rubare da Tartari, per l’oro che il pensionato aveva in cassaforte.

Quest’ultima verità, cercata, però, non la sapremo mai: perchè l’incontro, intercettato in ambientale, tra Rosi e il figlio Patrik, avvenuto il 16 dicembre scorso nella sala colloqui del carcere Arginone, fu un colossale flop investigativo: il colloquio durato un’ora, quella mattina, tra le 10.20 e le 11.21 non venne registrato nella intercettazione ambientale predisposta: «la conversazione avviene in luogo molto rumoroso con presenza di vociare di altre persone (di altri detenuti e familiari nella sala del carcere)», ammette l’interprete che ascolta la registrazione e aggiunge: «Tale problema unito al fatto che le persone sottoposte ad intercettazione parlano a voce bassissima rende di fatto impossibile ascolto e traduzione».

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Doveva essere questa la “prova” per arrivare a quell’ultima verità: per mamma Rosi e il figlio Patrik era la prima volta che si incontravano, dopo l’omicidio, la fuga e l’arresto del ragazzo, dalla fine di settembre. Dopo quasi tre mesi di silenzio tra madre e figlio, procura e polizia autorizzarono il colloquio per giocare la carta dell’intercettazione segreta, purtroppo senza nessun risultato. E dire che lo stesso giudice che l’aveva autorizzata (il gip Silvia Marini) scriveva nel decreto di intercettazione che questa «appare assolutamente indispensabile ai fini delle indagini, in quanto potrebbero essere rivelati particolari utili alla ricostruzione del fatto e a confermare o confutare quanto dichiarato di Pajdek».

Che fu Rosi a suggerire alla banda dei tre assassini di rubare da Tartari, nella casa a dieci metri da quella dove lavorava come badante. Dunque, non sapremo mai quale sia stato l’esatto ruolo di Rosi, anche nel suo stesso interesse, per escluderla - una volta per tutte - dal coinvolgimento nella brutale vicenda della rapina diventata omicidio. E così, oggi a due settimane dal processo per l’omicidio di Tartari (udienza preliminare davanti al gup Tassoni) sappiamo quasi tutto - per fortuna e grazie alle indagini di procura e polizia - dell’omicidio del pensionato. Quella sera del 9 settembre scorso, Ivan Pajdek, Patrik Ruszo e Consantin Fiti entrarono nella casa di Tartari in via Ricciarelli ad Aguscello, per derubarlo. Lo rapinarono, aggredirono, picchiarono brutalmente per poi abbandonarlo, legato, imbavagliato e agonizzante, nel tugurio di Fondo Reno dove venne fatto trovare il suo corpo straziato dal tempo, da Patrik Ruszo, dopo tre settimane. Il furto-rapina venne eseguito nella casa attigua a quella in cui Rosi lavorava come badante: fu lei - lo ricordiamo - a lanciare l’allarme, la mattina dell’ 11 settembre, dopo un giorno e mezzo dall’assalto ad Aguscello avvenuto la sera del 9, per aver sentito rumori e e urla di Tartari che ripeteva «non ho nulla, non ho nulla», bucando il silenzio di via Ricciarelli.

Rosi è stata una testimone fondamentale per l’inchiesta di procura e polizia: è stata lei, dopo l’omicidio e l’arresto-confessione del figlio, grazie ai contatti familiari che aveva, a far rintracciare Ivan Pajdek, scappato da Ferrara e rifugiatosi in Slovacchia, nella casa della fidanzata, la cugina di Rosi. E allora, le accuse che Pajdek rivolge a Rosi e al figlio, sono “solo” una ritorsione? Forse, ma leggendo le carte del processo che si aprirà a breve, il dubbio sul ruolo di Rosi resta. Un dubbio che gli stessi inquirenti (il pm Filippo Di Benedetto e il dirigente della mobile Andrea Crucianelli) hanno vergato in modo deciso negli atti in cui chiedono l’intercettazione ambientale in carcere. Procura e polizia cercano quell’ultima verità, per chiudere le indagini, in cui hanno svelato tutti i retroscena del più atroce omicidio che la storia giudiziaria degli ultimi anni ricordi a Ferrara. Vogliono la prova, scrive il pm Di Benedetto «per cercare di accertare eventuali responsabilità nei fatti di Aguscello della Ruzena Sivakova e dissipare eventuali dubbi».

Però, oggi, dopo il flop investigativo, i dubbi restano, e la prova genuina dell’ultima verità svanita per sempre.

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