«Così mio padre scriveva il Giardino»
La stesura a penna, poi la lettura domestica: «Eravamo i suoi consulenti, solo quando era soddisfatto batteva a macchina»
Quelle parole scritte con grafia sottile, in inchiostro azzurro, sono la voce di suo padre. Non solo quella letteraria - collettiva, condivisa - ma soprattutto il timbro di un suono caro, familiare, intimo. Di uno scrittore che legge ai suoi figli, primi ascoltatori e critici della sua opera, le frasi che ha selezionato dopo un lungo e caparbio lavorìo.
È dunque un lessico universale e insieme familiare, per Paola Bassani, quello contenuto nei quaderni cartonati con la versione manoscritta del “Giardino dei Finzi Contini” di suo padre Giorgio. Un tesoro “nascosto” che ora, nel centenario della nascita dell’autore delle “Storie Ferraresi”, diventa patrimonio della città estense grazie alla donazione di Ferigo Foscari Widman Rezzonico, nipote della nobildonna veneziana Teresa Foscolo Foscari cui lo scrittore, il 17 dicembre 1961, affidò i documenti con l’eloquente dedica «Senza il tuo aiuto “Il Giardino dei Finzi Contini” non sarebbe mai stato scritto».
Come ha accolto la notizia della donazione al Comune di Ferrara?
«Con grande soddisfazione. Non credo che il manoscritto avrebbe potuto trovare una collocazione migliore, ed è ancora più significativo che venga esposto anche al Meis, per il legame tra la vicenda raccontata nel romanzo e la storia della comunità ebraica cittadina».
Il manoscritto è stato custodito per quasi 50 anni dalla contessa Foscari Foscolo, morta nel 2007. Sapeva della sua esistenza?
«Eccome. Nel 2006 io e mio fratello Enrico andammo a trovare Teresa, che era già molto malata. E in quell’occasione maturò la decisione di donare in futuro il manoscritto, per valorizzarlo, renderlo pubblico e soprattutto metterlo a disposizione degli studiosi. Io e mio fratello siamo i tutori dell’eredità letteraria di nostro padre ed era nostro dovere pensare alla destinazione di quel manoscritto di grande valore».
Un documento di notevole importanza filologica. Suo padre scriveva diverse versioni dello stesso paragrafo, senza mai cancellarle, restituendo così - quasi intatta - l’evoluzione del suo lavoro.
«Mio padre non cancellava mai niente, e tra il manoscritto e la versione stampata del romanzo sono intervenute diverse correzioni. Era capace di riempire diverse pagine con più versioni di uno stesso paragrafo, limando ogni frase, ogni periodo, finché non trovava la combinazione giusta. Scriveva a mano, a penna, e sottoponeva il suo lavoro al giudizio dei suoi figli. Io e mio fratello siamo stati i primi consulenti, e il primo pubblico, dei suoi romanzi. Ci chiamava e leggeva quanto aveva scritto. E solo quando era finalmente soddisfatto di un paragrafo, lo ricopiava a macchina, con la sua Olivetti. E non buttava nulla. Alla Fondazione Bassani, a Codigoro (di cui Paola è presidente, ndr) abbiamo almeno 2.500 pagine dattiloscritte di mio padre. L’importanza filologica dei quaderni manoscritti donati a Ferrara è incalcolabile. Ed è fondamentale digitalizzarli per metterli a disposizione degli studiosi e preservare gli originali: questo segnerà senza dubbio un progresso enorme nella critica dell’opera bassaniana».
Che ricordo ha di Teresa Foscari Foscolo? Una donna definita colta, libera e bellissima.
«Era proprio così. La vedevo molto spesso a Venezia, soprattutto durante il Festival del Cinema, di cui mio padre una volta fu presidente della giuria e dove era invitato spesso. Mi portava con lui e là incontravamo Teresa e avevo modo di parlare con lei. E quando, nel 1969, ebbi la necessità di fare a Venezia alcune ricerche per la mia tesi di laurea, le con molta gentilezza si prodigò per trovarmi un albergo».
C’è chi sostiene che abbia ispirato il personaggio di Micol Finzi Contini. È corretto?
«Micol è un personaggio immaginario, che comprende diverse donne che mio padre aveva conosciuto. Teresa è una di queste, lo dice anche mio padre nella dedica che accompagna l’affidamento dei manoscritti. Ma Micol non è una sola donna, è una sintesi di tante personalità. In lei c’è anche mia madre. Lo scrittore partiva da una realtà variegata per arrivare a un personaggio immaginario: Micol non si può identificare, e ridurre, a una sola persona, altrimenti non si capisce Bassani».
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