La Nuova Ferrara

Ferrara

ferrara

È morto Alberto Cavallari il pittore scampato ai lager

di Michele Fuoco
È morto Alberto Cavallari il pittore scampato ai lager

Era nato 91 anni fa in provincia di Ferrara e aveva studiato all’istituto Dosso Dossi. Catturato dai tedeschi si salvò grazie alla sua arte

3 MINUTI DI LETTURA





Da Neubranderburg a Uttingen, da Trier a Creutzwald, da Sarreguemines a Limburg e a Buchenwald: è l'inferno dei lager tedeschi in cui è stato costretto a vivere, dal 1943 al 1945, Alberto Cavallari, morto domenica all'età di 91 anni. L'artista lascia la moglie Aurora, il figlio Dugles, la nuora Alga e i nipoti Enrica e Claudio.

I funerali si svolgeranno oggi alle 15 nella chiesa della Madonnina a Modena, città dove si era trasferito da tanti anni. Nativo di Scortichino, aveva studiato all’istituto d’arte Dosso Dossi, maturando la sua arte che lo ha reso famoso anche in campo internazionale con numerose rassegne espositive. Inaudito il calvario di questo uomo che ha fatto della pittura il lavoro della sua vita e in essa ha trovato la salvezza dalle brutalità dei campi di concentramento, dove faceva ritratti agli aguzzini e registrava su fogli di fortuna le aberranti violenze in quei luoghi di sofferenza e di morte. Fogli (sono 56) che l'artista ha poi donato al Museo al Deportato di Carpi, dove sono conservati. L'armistizio dell'8 settembre 1943 aveva determinato smarrimento in particolare nei giovani. Cavallari allora 19enne si trovava, come recluta, a Bibbiano di Reggio Emilia. Con altri 100 compagni Alberto era in un oratorio per l'addestramento delle reclute, quando arrivarono i tedeschi che li portarono a Mantova, per poi trasferirli in Germania. «Un viaggio - confidava anni fa Cavallari - in vagone bestiame, con sosta a Linz (Austria) per avere dell'acqua. Arrivammo a Neubrandeburg, dove trovammo russi, polacchi e francesi. Due mesi nel campo di smistamento, dove abitavo vicino a baracche di polacchi con bambini. Alle guardie chiedevo pezzi di carta, una matita o un po' di inchiostro, come promessa di un ritratto personale, dei loro familiari e perfino di Hitler». Nuova tappa al campo di Uttinger, per intervenire, con altri prigionieri, sulle ferrovie danneggiate dai bombardamenti. Il viaggio del terrore portò al lager di Trier (tre mesi) e, quindi, a Creutzwald, ai confini della Francia (la Lorraine) per lavorare in miniera a 800 metri. «Mi era stato concesso il permesso di disegnare su pezzi di carta da imballaggio e materiali di fortuna che i sorveglianti mi davano, in cambio di un ritratto. Con i fogli mi allungavano anche pane e patate che distribuivo ai compagni della baracca». Da Creutzwald la fuga di Alberto con una sedicenne francese (lavorava in cucina) che morì dopo quattro giorni. Circa un mese di peripezie per Cavallari, mangiando rape e patate crude e fredde, prima di arrivare in Francia. In un campo, sulla strada Verdun-Nancy, una contadina gli diede pane e tè e gli permise di riposare in cantina. Di diverso avviso il marito svizzero, rientrato dopo poco, che chiamò una guardia tedesca per farlo arrestare. Trasferimento a Buchenwald e divieto di disegnare per l'artista che nascose la valigia, con i disegni, nella paglia. Inevitabili le torture. Quando stavano per arrivare gli americani, uccisero soprattutto i prigionieri russi e a Cavallari strapparono le unghie dei piedi. La sospirata liberazione, ma a 70 chilometri dalla Francia, l'artista tornò indietro per recuperare la valigia con i disegni a Buchenwald. In aprile del 1945 l'arrivo a Epernay sur la Marne (Francia) per restarci alcuni mesi e curarsi le ferite ai piedi. Il 2 novembre Cavallari raggiunse Scortichino, suo paese natale. Lavorò per alcuni anni con Carlo Rambaldi, il padre di E.T e negli anni '50 frequentò il pittore Antonio Ligabue.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google