Omicidio Tartari: Fiti era stato espulso ma restò a Ferrara
Per la Prefettura andava allontanato un anno prima della tragedia perché pericoloso: ma nessuno controllò che se ne andasse
FERRARA. Fin dal settembre del 2014 Constantin Fiti, il 23enne accusato insieme a due complici di aver rapinato, picchiato e lasciato morire il pensionato Pierluigi Tartari, era stato classificato come persona pericolosa dalla Prefettura di Ferrara, al punto da dover essere espulso dall’Italia.
Un anno prima della tragedia di Aguscello, la Prefettura ne aveva decretato l’allontanamento dal territorio nazionale per almeno cinque anni, considerati i suoi pregiudizi penali e di polizia riportati dalla banca dati delle forze dell’ordine: furto, furto aggravato, minaccia, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, ricettazione, danneggiamento, lesioni e presenza irregolare in Italia. Un “curriculum” dal quale, si legge sul decreto prefettizio «si evince una condotta pericolosa per la sicurezza pubblica e incompatibile con la opportuna integrazione e benefici della normativa vigente».
Il decreto porta la data dell’8 settembre 2014: in quel periodo Fiti si trova già in carcere, dopo essere stato arrestato il 9 maggio per lesioni personali finalizzate alla resistenza e aver patteggiato per direttissima dieci mesi di reclusione. La sua uscita dall’Arginone è fissata per il 24 dicembre di quell’anno e secondo il provvedimento che gli è stato notificato in prigione dalla polizia, non appena scarcerato dovrà andarsene immediatamente dall’Italia con il divieto di mettervi piede per almeno cinque anni. Non sappiamo se Fiti si sia effettivamente allontanato dall’Italia al termine della detenzione, quello che è certo, però, è che nel 2015 era di nuovo qui e secondo alcune fonti interpellate il giovane non si sarebbe mai allontanato dalla città.
Non solo. Di Fiti si occupa ancora il tribunale di Ferrara il 12 gennaio, condannandolo per tentato furto (Fiti era conosciuto anche come ladro di biciclette), ma pochi mesi dopo, il 25 giugno, la pena viene sospesa e nulla si sa dell’esito eventuale dell’istanza di Fiti di avere affidamenti in prova o domiciliari sui cui avrebbe poi dovuto decidere il tribunale di sorveglianza. E nulla si sa, soprattutto, dell’applicazione del decreto di allontanamento. Dell’espulsione e della sua mancata esecuzione, del resto, non c’è traccia nemmeno sulla scheda personale di Fiti in possesso della Squadra mobile di Ferrara, dove si legge che «risulta avere a proprio carico numerosi precedenti penali, nonostante la giovane età. Si tratta di un personaggio estremamente violento e molto pericoloso, totalmente incurante delle gravi conseguenze che il suo comportamento potrebbe determinare nei confronti delle altre persone». E, a seguire, i suoi trascorsi: «reati contro il patrimonio quali furto e ricettazione, possesso di armi o oggetti atti a offendere, possesso ingiustificato di chiavi alterate o grimaldelli e interruzione di pubblico servizio». A cui si aggiunge l’accusa di stalking ai danni della sua ex compagna, per il quale Fiti è stato rinviato a giudizio e dovrà essere processato il 13 giugno prossimo.
Dunque la “carriera” criminale di Fiti è proseguita per tutto il 2015, culminando nell’incriminazione per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà per la morte di Pierluigi Tartari. Eppure Fiti avrebbe dovuto essere fuori dall’Italia già dalla fine del 2014, e la mancata applicazione, o verifica, del provvedimento di espulsione come persona pericolosa, rappresenta una grossa lacuna sul fronte dei controlli. Una circostanza che emerge anche in altre occasioni. Fiti durante la sua detenzione aveva conosciuto Ivan Pajdek (imputato nel processo Tartari insieme a Patrick Ruszo) e il “quarto uomo” ancora ricercato per le altre rapine in casa attribuite alla banda. Constantin dunque esce dal carcere il 24 dicembre e, nonostante l’ordine di espulsione, resta a Ferrara; Pajdek esce nel febbraio 2015 e il “quarto uomo” a maggio.
È proprio quest’ultimo a fare da intermediario per conto di Pajdek, per l’acquisto di un’Alfa nera pagata 700 euro, la stessa usata per la serie di colpi che per mesi ha terrorizzato il Ferrarese. Pajdek era infatti proprietario di una Micra verde, troppo piccola e dal colore troppo appariscente, mentre per le rapine c’era bisogno di una macchina potente e scura. E a bordo di questa stessa auto Ivan Pajdek e Constantin Fiti nei mesi precedenti l’omicidio risultano essere stati fermati una quindicina di volta - tra Ferrara e Copparo - per normali controlli, rimediando anche una manciata di multe. Ma come è potuto succedere che, in occasioni di questi numerosi controlli, anche da parte dei carabinieri, non sia mai emerso che Fiti, dalla fine del 2014, era stato allontanato dall’Italia perché considerato pericoloso, e che quindi non avrebbe mai dovuto essere a Ferrara?
Alessandra Mura
Daniele Predieri
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