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Tre etti di droga in casa, studenti assolti

di Alessandra Mura
Tre etti di droga in casa, studenti assolti

Piantine e hashish erano per uso personale, non per spaccio. I ragazzi consumavano cinque spinelli al giorno a testa

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FERRARA. Rischiavano una condanna da 6 a 20 anni per coltivazione di piante di marijuana e detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. Ma il tribunale di Ferrara, con un’altra sentenza destinata a far scuola in Italia, ha assolto con formula piena tre studenti ferraresi di Ingegneria non solo perché non è stata dimostrata l’attività di spaccio, ma soprattutto perché la condotta contestata non comportava alcuna offesa al bene giuridico della salute pubblica. In altre parole: i tre etti di droga detenuti in casa - suddivisi in parti pressochè uguali tra il ricavato di piante di “marjia” da essiccare, e hashish e canapa indiana pronti all’uso - servivano a soddisfare il fabbisogno dei tre imputati, pari a cinque spinelli quotidiani pro capite (circa 25 grammi, con rinforzo nel week end) e ad assicurare loro una congrua scorta.

Il processo a carico dei tre giovani - due difesi dall’avvocato Luca Morassutto e il terzo dall’avvocato Maura Tomasi - si è concluso ieri, ma la vicenda era cominciata nel 2014 con l’arrivo di un pacco dalla Spagna alla dogana di Malpensa, che dai controlli risultava contenere droga. Così, non appena uno dei tre studenti (l’unico con due capi di imputazione anziché uno solo) aveva ritirato il plico a Ferrara, aveva trovato ad attenderlo i militari della Guardia di Finanza.

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Nel pacco c’erano infatti 98 grammi di hashish e 100 di canapa, e nella successiva perquisizione nell’appartamento condiviso con altri due studenti, le Fiamme Gialle avevano scoperto 7 piante di marijuana invasate pari a 400 grammi che, una volta essiccate, avrebbero garantito 92 grammi di sostanza. Ce n’era abbastanza per finire arrestati (e subito liberati) e processati ma alla prima udienza, nel dicembre scorso, l’avvocato Morassutto aveva chiesto e ottenuto dal giudice Franco Attinà di sospendere il dibattimento e rinviare gli atti alla Corte Costituzionale per verificare l’eventuale lesione del principio di offensività.

Nel corso dell’udienza era emerso infatti, dalle stesse testimonianze dei Finanzieri, che non era stato riscontrato alcun indizio di spaccio: niente materiale per confezionare le dosi, niente denaro contante, nessuna traccia di clienti o ordinativi, nessuna alterazione delle condizioni di vita degli imputati, studenti squattrinati e non ricchi trafficanti. Gli stessi, peraltro, avevano sempre sostenuto che la droga serviva esclusivamente al loro consumo personale.

Contro gli imputati c’era una sentenza della Cassazione a Sezioni Unite del 2008 che stabilisce che la coltivazione di marijuana è di per sè un reato, in quanto aumenta la quantità di droga presente sul mercato e, dunque, lede il bene giuridico della salute pubblica. A favore, come aveva sottolineato Morassutto, ci sono diverse altre sentenze di Sezioni singole della Cassazione (e la stessa sentenza del 2013 del giudice Attinà) che rivelano che nelle aule di giustizia si respira un’aria molto diversa. Così il giudice, accogliendo le osservazioni della difesa, aveva stabilito di sospendere il processo e attendere il pronunciamento della Corte d’Appello di Brescia su una questione simile.

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Il processo è dunque ripreso ieri, e gli imputati hanno ribadito che la coltivazione era legata a tre esigenze: abbattere i costi (sarebbero serviti dai 400 ai 600 euro al mese per le loro esigenze), evitare di rivolgersi ai pusher e, quindi, di esporsi al rischio di essere arrestati dalle forze dell’ordine. E il pacco? Doveva servire da scorta, in vista di un’assenza di tre mesi di uno dei tre studenti dall’appartamento fornito di serra. Ragioni che hanno convinto il giudice Attinà, che li ha assolti perché il fatto non costituisce reato. Ma li ha segnalati alla Prefettura, questo sì, come assuntori.

«Una condanna non avrebbe fatto onore alla nostra giustizia», ha commentato l’avvocato Tomasi. «Per essere penalmente rilevante - ha aggiunto l’avvocato Morassutto - una condotta deve ledere un bene giuridico. Il compito del diritto infatti non è eticizzare lo Stato, ma tutelare beni socialmente condivisi. E c’è la necessità urgente di revisione della norma, perché il nostro sistema non può permettersi di avere 7000 persone sottoposte a misura cautelare e poi assolte».

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