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«Senza cuore e senz’anima Sono persone squallide»

di Alessandra Mura

Lo sfogo di Marco Tartari, fratello della vittima, dopo la deposizione di Pajdek «Ma una cosa importante per il processo l’ha detta: con loro c’era anche Fiti»

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FERRARA. «C’è una parola, in ferrarese, che descrive queste persone, rubaza, robaccia». Esce dall’aula del gip con lo sguardo provato e il cuore pesante, Marco Tartari, fratello della vittima.

Ivan Pajdek, l’unico dei tre imputati ad aver scelto il rito abbreviato, ha appena terminato l’interrogatorio davanti al gip, e c’è il tempo di una pausa prima che il pubblico ministero Filippo Di Benedetto cominci la sua requisitoria.

Non vorrebbe parlare, Marco Tartari, con le orecchie ancora piene del racconto della fine di Pierluigi. Non dovrebbe parlare, come gli intima con affettuosa severità la sorella Rita - ferma nel suo silenzio - alzando un dito in segno di ammonimento. Ma il dolore affiora ovunque: negli occhi, nelle mani inquiete, nella piega delle labbra, e alla fine trova sbocco nelle parole: «Questi qui sono uno squallore - ripete Marco scuotendo la testa - Tutto quello che avete scritto in questi mesi Pajdek lo ha riveduto e corretto secondo il suo comodo, ma su un punto è rimasto fermo, e ha detto una cosa importantissima per il processo: che non erano in due, ma erano in tre, e che insieme a lui e a Patrik c’era anche Fiti. Ed è l’unica verità che conta».

Nel tentativo di alleggerire la sua posizione, Pajdek ha corretto infatti la sua versione, sostenendo che Tartari era già morto quando fu portato, legato e imbavagliato, nel casolare, sperando così di evitare l’aggravante della crudeltà. Ma la sofferenza, ha obiettato il pm nella sua requisitoria, c’è stata comunque, perché quella di Pierluigi Tartari resta una morte spietata. «Sono scosso - continua Marco - Dovevate sentire con che tranquillità parlava Pajdek, come se raccontasse di essere andato a prendere un caffè e poi fosse successo qualcosa di strano di cui non si sono neanche resi conto. Questi non hanno nè cuore nè anima, sono rubaza, sono spurcariè».

Se speravano di comprimere il loro strazio nelle poche udienze del rito abbreviato, i fratelli Tartari dovranno ora prepararsi ad affrontare il lungo cammino di un processo dibattimentale che si aprirà il 23 settembre per Constantin Fiti e Patrik Ruszo davanti alla Corte d’Assise, con due giudici togati (Presidente Alessandro Rizzieri e a latere Debora Landolfi) e sei giudici popolari. Molto meno lunga l’attesa per conoscere il verdetto su Ivan Pajdek, previsto per il 7 luglio. Trent’anni è stata la richiesta del pm Di Benedetto: l’ergastolo scontato di un terzo secondo quanto previsto dal rito abbreviato. «Come è andata? - si chiede Marco Tartari interrogando con lo sguardo il suo avvocato, Eugenio Gallerani - Bene, se i trent’anni condurranno questo soggetto all’inferno. Prima di chiedere qualsiasi perdono, deve pagare. E adesso anche la posizione degli altri due si aggrava, non avranno via di scampo».

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