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«Trent’anni in carcere per l’omicidio Tartari»

di Daniele Predieri
«Trent’anni in carcere per l’omicidio Tartari»

Per Ivan Pajdek la richiesta del pm Di Benedetto, partito dall’ergastolo. A sorpresa, Ruszo sceglie il processo pubblico: 23 settembre in Assise

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FERRARA. Il più giovane, il 20enne Patrik Ruszo, ha scelto a sorpresa il «processo vero, quello più lungo», che si celebrerà davanti alla Corte d’assise il 23 settembre prossimo come deciso ieri dal gup Piera Tassoni. Il più vecchio, Ivan Pajdek, 52enne, il “capo” della banda ha invece optato per la scorciatoia, il processo con il rito abbreviato e ieri il pm Filippo Di Benedetto ha chiesto di condannarlo a 30 anni di carcere, partendo, però, dalla pena massima dell’ergastolo, ridotta poi per il rito e per i calcoli di aggravanti e attenuanti. In aula ieri mattina c’erano tutti e due gli assassini che hanno confessato la rapina nella casa di Pier Luigi Tartari il 9 settembre, diventata omicidio brutale, orrendo, crudele vista l’aggravante che viene contestata loro per aver abbandonato il povero Tartari in un casolare, moribondo ma vivo, lasciandolo morire soffocato perchè legato, imbavagliato, anzi «incaprettato», dicono le indagini. Davanti ai due assassini, fuori e dentro l’aula, anche i familiari di Tartari, il fratello Marco e la sorella Rita. Che in tutti questi mesi hanno avuto un profilo di altissima dignità, senza mai speculare sul dolore privato come invece fanno tanti, senza trasformarlo in chiacchiericcio pubblico televisivo. Marco i due imputati che ha davanti, li chiama «vermi», «rubazz, spurcariè» in ferrarese, mentre Rita trattiene dentro sè - con quella dignità che dicevamo - dolore e rabbia, parlando solo con gli occhi lucidi di chi si è infilato davvero in un tunnel dell’orrore, senza fine, visto che i processi dureranno tanto. Troppo.

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L’udienza preliminare si apre quasi alle 10, dopo l’arrivo in successione dei due imputati, Pajdek e Ruszo, in tribunale dal carcere di Ferrara, e degli attori dell’udienza, magistrati e avvocati. Non c’è Constantin Fiti, il terzo accusato di omicidio perché ha scelto il giudizio immediato, saltando l’udienza di ieri e andando direttamente al processo pubblico in Corte d’Assise che potrebbe essere unificato a quello di Ruszo, il 23 settembre prossimo. La scelta di Fiti la conosciamo da giorni, quella di Ruszo è stata una sorpresa per tutti, ieri mattina: niente processo corto, ma «lungo», come ha chiesto il giovane. «Non devo giustificare la mia scelta, visto che mi è stato chiesto da più parti - ha spiegato al giudice l’avvocato Patrizia Micai che assiste Ruszo - l’unica verità è che il mio assistito ha scelto di fare il processo, quello vero, quello lungo».

Sarà lungo, sì, ma sarà un vero “massacro” per tutti, inutile nasconderlo, con un centinaio di testimoni e mesi in aula, perché in quel processo verrà alla luce tutto ciò che è oggi nascosto nei faldoni dell’inchiesta, e si scontreranno accusa e difese, schierate su contrapposte posizioni: Ruszo che sostiene di essere il ragazzo buono, finito suo malgrado in una situazione in cui era costretto (da Pajdek il cattivo) nel fare ciò che poi ha fatto: non solo l’omicidio Tartari ma tutte le rapine violente e assalti in case dell’estate 2015, almeno 3. Questa la sua difesa. E mentre Fiti continua a sostenere di non essere mai stato ad Aguscello quella notte, Pajdek in aula racconta che forse Tartari era già morto in casa, non nel casolare, smentendo se stesso, le sue prime dichiarazioni, le perizie medico-legali. «Bugie - dice amareggiato Marco Tartari - l’unica cosa vera che Pajdek ha detto è che quella notte erano in tre: lui, Ruszo e Fiti». L’udienza - lo ricordiamo è a porte chiuse, nonostante la richiesta agli imputati di dare assenso alla presenza della stampa e dunque la ricostruzione è fatta sulle dichiarazioni di chi era presente - è stata scandita proprio dalle parole di Pajdek che ha dato la sua versione. In silenzio Ruszo, assistito dall’interprete, si limita a dire «capito tutto».

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Poi il giudice Tassoni sulla richiesta del processo «vero e lungo» decide in camera di consiglio (oltre un’ora) il rinvio a giudizio di Ruszo: Corte d’assise, 23 settembre, omicidio volontario aggravato dalla crudeltà. E così resta solo Pajdek. Il pm Di Benedetto contro di lui parla per un’ora e mezza: ricostruisce l’indagine partendo dall’11 settembre quando venne denunciata la scomparsa di Pier Luigi Tartari. Il suo corpo lo troveranno il 26 settembre, 17 giorni dopo l’assalto del 9 settembre, dopo una angosciante ricerca senza nessun risultato: sarà Ruszo a far trovare il corpo del pensionato, ciò che ne era rimasto. Una indagine - ha ricordato Di Benedetto - portata avanti a tappe, individuando uno dopo l’altro i tre assassini: prima Fiti che stava scappando in Romania, poi Ruszo in fuga bloccato a Padova dalla Polfer, quindi l’arresto di Pajdek in Slovacchia, dopo la fuga da Ferrara. Per lui, il 26 maggio prossimo parlerà il suo difensore, Daniele Borgia, quindi il 7 luglio è attesa la sentenza del giudice Tassoni, che dovrà valutare la pena giusta: «Non so quale sarà, ergastolo o altro, prima Pajdek paghi tutto e poi potrà pentirsi», chiude Marco Tartari sui pentimenti di comodo di chi ha ucciso suo fratello.

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