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Ferrara

Guietti (ires-cgil) commenta l’economia provinciale

Una ripresa tutta da pedalare in salita

Una ripresa tutta da pedalare in salita

Timidi segnali positivi. Caro prezzo pagato dal lavoro autonomo: in 7 anni persi 19mila posti

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Pedalare in salita già costa fatica, se poi si è obbligati a impiegare rapporti inadatti e a trascinarsi dietro pesanti fardelli scollinare diventa un miraggio. “Pedalare in salita” è il titolo-metafora scelto per rappresentare la situazione dell’economia ferrarese così come è fotografata da Ires-Cgil, l’Istituto di ricerche sociali dell’Emilia Romagna e come è stata raccontata ieri dal suo presidente Giuliano Guietti al convegno che si è tenuto alla Camera di commercio. «Si avverte qualche segnale di ripresa nell’ultimo anno, ma molto tenue» attacca Guietti. Le buone notizie sono già finite. Il primo muro che incontra il ciclista ferrarese si chiama demografia. «Dal 2012 la popolazione è in lieve calo, una diminuzione che interrompe un lunga serie storica positva. Il calo è determinato da un minore flusso immigratorio, che non compensa il saldo naturale» tra i tanti morti e i pochi nati.

Il calo in sè potrebbe non preoccupare, l’invecchiamento della popolazione invece sì . I giovani sono un’esigua minoranza: quelli tra 15 e 29 anni erano il 21% nel 1991 ora sono l’11,6% . L’età media del ferrarese è 48,3 (la quarta più alta d’Italia). Quella demografica è una delle “fragilità strutturali” con cui fare i conti: «Significa che aumenteranno i bisogni del welfare a fronte di minori risorse prodotte sul territorio, visto che ci sarà comunque meno gente che lavorerà».

Da un paio d’anni l’economia ferrarese marcia con il segno più. Meglio di niente, «ma con gli zero virgola si fa oggepoca strada». I piccoli incrementi del valore aggiunto - dice Guietti - sono da ascriversi quasi per intero alle aziende che lavorano per l’export: nel 2015 è aumentato del 3,2% e con un valore di 2,5 miliardi rappresenta il valore più alto degli ultimi 15 anni.

La demografia delle imprese è peggiore di quella della popolazione. «Nel 2015 le imprese attive sul territorio provinciale erano 32.723, cioè 215 in meno (-0,7%) rispetto al 2014. Dal 2008 ne sono sparite 2.520 (-7,2%)». La mortalità d’impresa è differenziata: le più falcidiate le ditte individuale e le società di persone (commercio e edilizia in particolare), calate del 10,6% dal 2008 a oggi. Invece aumentano le società di capitale: + 613 (+ 15%). « La densità imprenditoriale - un indicatore di tutto rispetto per misurare la salute di un territorio - è diluita assai».

La ripresina del biennio 2014-2015 ha restituito circa 6.500 mila posti di lavoro: 3.783 nel 2014 e 2.750 nel 2015 «che però non bastano a recuperare quelli persi tra il 2008 e il 2013. Rispetto al 2008 sul territorio si registrano 13.149 occupati in meno»: erano 157.933 sono diventati 144.784 nel 2015. A sparire dal mondo del lavoro - segnala Guietti - sono stati soprattutto i lavoratori autonomi (commercio e edilizia i settori più massacrati): rispetto al 2008 la perdita è stata di 19mila occupati (-37%), più che un calo un’ecatombe. L’agricoltura ha perso molto fino al 2012 ora è in ripresa. Per l’occupazione negli ultimi due anni le buone notizie sono arrivate prevalentemente dal settore industriale.

I dati Ires dicono che «anche per effetto della legge Fornero», c’è un costante aumento del tasso di occupazione tra chi ha 55-64 anni, mentre crolla contemporanemente quello della fascia 15-24 e 25-34 anni. «Il fatto che pur in presenza di una popolazione giovanile in calo vi sia una forte calo del tasso occupazione è un dato drammatico». Dal punto di vista qualitativo «la struttura del mercato del lavoro è rimasta sostanzialmente inalterata: aumenta il lavoro precario, esplodono i vaucher (950 mila nel 2015, +60%) e il lavoro somministrato». L’effetto Jobs act sulle assunzioni a tempo indeterminato c’è stato ma modesto secondo Guietti. Nel 2015 il 72,7% degli avviamenti al lavoro è avvenuto con contratto a tempo determinato (-0,4% sul 2014), a fronte di un aumento degli avviamenti a tempo indeterminato, la cui quota sè passata dal 5,6% del 2014 al 10,6% del 2015.

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