Carife e le altre, ipotesi vendita in blocco
Si formerebbe un’aggregazione del centro Italia con 500 sportelli, senza sovrapposizioni. Ma resta l’incognita-fondi
Nuova Carife sembra destinata a diventare la parte nord della costola adriatica di un’aggregazione bancaria da 500 sportelli e 5.000 dipendenti, come presenza territoriale tra le prime dieci d’Italia. È questo lo scenario più probabile in uscita dalla maxi-asta organizzata da Bankitalia per le quattro banche “salvate”, dopo le prime indiscrezioni sulla chiusura della fase delle offerte non vincolanti: Bper che si sfila dalla corsa alla banca ferrarese (e questa è ufficiale), nessun’altra offerta da parte di banche italiane, in campo una decina di fondi internazionali di private equity. La rinuncia delle banche non è confermata dalle good bank, che si sono limitate ieri ad una nota un po’ ambigua nella quale si afferma che «circa metà di coloro che avevano manifestato iniziale interesse - private equity in prevalenza, banche e compagnie assicurative - hanno sottoposto una propria offerta non vincolante (qualche soggetto ha presentato più offerte, ndr)»; ma circola con insistenza negli ambienti finanziari. C’è chi la spiega con il drenaggio di risorse da parte del Fondo Atlante, nato per salvare Popolare Vicenza, che avrebbe prosciugato anche le poche decine di milioni necessari ad acquistare Carife. Chi ricorda che Alessandro Vandelli (Bper) voleva attendere i conti di Ferrara prima di decidere. C’è poi lo scenario che dà peso alla preferenza, che il presidente Roberto Nicastro attribuisce direttamente a Bruxelles, per una cessione rapida e in blocco delle quattro banche, una condizione che nessun gruppo creditizio si era detto disponibile a valutare. Infine, il contenzioso da parte degli ex bondisti e azionisti resta un’incognita, e i rischi piacciono poco ai banchieri.
È intanto il caso di ricordare le parole spese dallo stesso Nicastro sul ruolo dei fondi: «Non ci siamo sorpresi - disse un mese fa all’audizione - di veder interesse di private equity che si stanno candidato a svolgere il ruolo di azionisti nel medio e lungo termine, e pensiamo sia una cosa importante». I fondi, dunque, non come “cacciatori” di crediti ammalorati da far fruttare (quelli sono già nella bad bank) ma come possibili azionisti stabili di banche: uno scenario inedito per l’Italia. Di certo, si ragionava ieri agli sportelli Carife, è un bene che ci siano offerte, le prime in assoluto da quando Carife è stata messa sul mercato. L’eventuale banca del centro-Italia, poi, non ha praticamente sovrapposizioni di sportelli tra Carife, Etruria, Marche e Chieti, parte da una base informatica comune (Cedacri) almeno nei primi due casi e mostra un’articolazione naturale in tre aree. Dal punto di vista occupazionale resta evidentemente il problema delle direzioni e dei servizi centralizzati, che comunque si sarebbe posto in qualsiasi fusione.
Restano da capire le intenzioni dei fondi candidati all’acquisto: Apollo, Fortis, Canterbridge e Anacap, tra gli altri. Sotto la lente d’ingrandimento, in particolare, c’è Apollo che ha già tentato di acquisire Carige con i proventi della vendita dei crediti ammalorati. Il fondo americano è vicino al mondo McKinsley, la società di consulenza internazionale in cui ha lavorato lo stesso Nicastro, e mostra da tempo grande interesse per le banche italiane. Che sia per gestirle o per rivenderle, magari a pezzi (e in questo caso potrebbero rientrare in campo banche molto vicine a Ferrara), lo si vedrà.
La vendita dev’essere chiusa entro il 30 settembre, ma la prossima fase dell’analisi dei conti e delle offerte vincolanti «è attesa concludersi entro il mese di luglio».
Stefano Ciervo
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
