LA CARIFE VA PER TERRE SCONOSCIUTE
Il fondo domenicale del direttore della Nuova Ferrara
C’è una traversata per terre incognite, nell'immediato futuro della nuova Carife e delle altre tre compagne di sventura e viaggio. Le banche italiane che hanno visionato i conti delle quattro e tastato il polso ad un presidente che non fa mistero di voler vendere in blocco, accelerando i tempi, si sono sfilate; il colosso assicurativo, che pure aveva guardato le carte, semplicemente non pervenuto. Scaduti i termini per le offerte d'acquisto non vincolanti, le proposte arrivate sul tavolo del presidente Nicastro - una dozzina - provengono tutte da fondi, i private equity con cui non avremmo voluto avere a che fare.
Hic sunt leones, o dracones, annotavano gli antichi sulle mappe, per le vaste zone di mondo inesplorate. Draghi - con la minuscola, beninteso - che qui hanno nomi come Fortis, Canterbridge, Anacap o Apollo. I sindacati temono possano dilaniare l'istituto e far banchetto di posti di lavoro, senza troppi complimenti. Una banca che coltivasse il progetto di subentrare a Carife, che si fosse candidata a rilevare gli sportelli della Cassa di Ferrara per mettere radici, magari senza neppure cambiare le insegne, no: avrebbe scrupolo del territorio e di una struttura lavorativa che è ad esso interconnesso, non potrebbe permettersi una conflittualità sindacale e sociale. Ma un fondo, che per sua natura muove capitali per farli fruttare rapidamente, senza un volto pubblico da dover preservare, ha invece tempi e modi decisamente più spicci.
Il fondo compra, razionalizza, risana (leggi: taglia) e rimette rapidamente sul mercato. Nelle crisi industriali accade ciò, e per questa via molte aziende sono state salvate, ma con costi elevati sul fronte occupazionale.
Nel comparto bancario siamo di fronte ad una prima volta. Mai in Italia il salvataggio di un istituto è passato dalle buste tra private equity, né in Europa ci sono gruppi bancari gestiti da fondi.
Terre incognite, lungo le quali non trova eco l'auspicio di Nicastro che l'acquirente (il presidente continua a ragionare sulla vendita del pacchetto completo) conduca le quattro banche nel lungo periodo.
In aggregato, potenzialmente, si tratta di una realtà da top-ten italiana: cinquemila dipendenti, cinquecento sportelli geograficamente ben concentrati, attivi per quasi trenta miliardi. Un boccone rivelatosi eccessivo per gli appetiti e le possibilità di un unico gruppo bancario. Prese da sole, invece, le quattro banche possono far gola, tanto più Carife che è la più asciutta, ma che come attivo supera Chieti: 3,7 miliardi, contro i 3,4 contabilizzati in Abruzzo. Piccole banche, le ha battezzate l'amministratore delegato di Bper annunciando alla scadenza che non avrebbe presentato offerte, "banchette" secondo l'ultima definizione del premier Matteo Renzi, che il fondo potrebbe rimettere sul mercato singolarmente o a pezzi ancor più piccoli, quando le avrà risanate. Ed è sul risanamento che si gioca la partita più delicata. Risanare, verbo che fa tremare i polsi ai dipendenti e drizzare antenne sul territorio.
Degli oltre mille impiegati che la sola capogruppo contava quattro anni fa, in Carife rimangono oggi circa 850 lavoratori. E' stata una cura dimagrante d'urto fatta di prepensionamenti, blocco del turn over e incentivi all'esodo, che prosegue ed è accompagnata da un accordo di solidarietà che pesa sulle retribuzioni di ciascun dipendente per venti giorni di cassa integrazione a zero ore. Il risanamento dei conti è in atto, l'alleggerimento della struttura anche, ripetono i sindacalisti preoccupati che un fondo possa chiedere molto di più. Che usi la falce, non il bisturi. E sarebbe la quarta mazzata per i ferraresi, nell'epilogo Carife.
I centocinquanta milioni di euro bruciati dalla ricapitalizzazione hanno sottratto risorse all'economia nel momento in cui il tessuto produttivo ne aveva più bisogno, invano. La liquidazione segnata dal decreto di novembre ha azzerato i piccoli investimenti in azioni e obbligazioni subordinate di 32mila correntisti, e nessuno di essi che può oggi essere certo di riavere quanto ha perso. Nulla ai soci, e per gli obbligazionisti l'alternativa tra accontentarsi al massimo dell'80% o rischiare con l'arbitrato: tutto o niente. Il terzo contraccolpo è quello che più di altri sta scontando il tessuto produttivo.
L'avvento della nuova banca ha tolto alle imprese del territorio un punto di riferimento con cui c'era familiarità - a volte eccessiva - ed era facile - fin troppo facile, per alcuni - trovare risposte e finanziamenti. Le regole sono cambiate, la gestione è evidentemente più rigida, l'accesso al credito in salita. Il percorso sin ora compiuto. Nella consapevolezza che la prossima tappa sarà altrettanto ardua. Una traversata del deserto, al termine della quale la rinnovata Nuova Carife potrebbe trovare ad attenderla le stesse banche che giovedì si sono sfilate.
Luca Traini
l.traini@lanuovaferrara.it
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