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Un dolore insopportabile «È dura tornare a vivere»

di Samuele Govoni
Un dolore insopportabile «È dura tornare a vivere»

I famigliari degli operai morti nei crolli dei capannoni aspettano giustizia Cavicchi: per certa gente sembra che il terremoto in Emilia non sia avvenuto

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«Questa settimana è particolarmente dura per me e, non lo nascondo, sono un po’ in crisi. Per l’anniversario non so cosa farò, forse andrò alla Tecopress per le commemorazioni o forse me ne starò a casa; non lo so. È tutto molto difficile». Catia Zuccheri, vedova di Gerardo Cesaro (51 anni), operaio che perì nel crollo del capannone della fabbrica situata a Dosso, a distanza di quattro anni, non riesce a trovare le parole. «Ho ancora tanta rabbia dentro e sono avvilita perché non capisco come stiano procedendo, se in qualche modo stanno procedendo, le pratiche giudiziarie. Al lavoro - racconta - facciamo tanti corsi sulla sicurezza, dobbiamo ricordarci di indossare i guanti, le scarpe e, per carità, va benissimo; ma quando penso a mio marito, morto così, la ferita brucia ancora di più». È una ferita che non si rimargina, dice la Zuccheri, anzi, forse aumenta. E anche Gloria Cremonini, vedova di Leonardo Ansaloni (51 anni), rimasto sotto le macerie della Ceramica Sant’Agostino insieme a Nicola Cavicchi (35 anni), sente il peso del tempo che passa. «Dopo la tragedia - spiega la donna - avevo una grande forza, data dall’adrenalina e dal mio ruolo di madre. Mi ero imposta di essere forte, di stringere i denti pensando che per piangere, ci sarebbe stato tempo più avanti. Oggi però, dopo quattro anni, sento il peso di tutta la situazione. Poche settimane fa, è morto anche mio padre; un altro colpo durissimo. Era una figura importante per me e per i miei figli che, oltre ad essere nonno, era diventato anche in un certo senso un po’ una figura paterna. Mi guardo e vedo le mie lacrime sgorgare. È dura e sono stanca, molto». Laura Ansaloni, sorella di Leonardo, dice: «Mio fratello mi manca tremendamente. Io e Leonardo avevamo 15 anni di differenza, lui era il mio fratello maggiore, mi ha cresciuto quando i nostri genitori erano spesso impegnati nel lavoro quindi per me è stato anche un “piccolo papà”. Quella mattina ho perso per sempre una parte di me». E con l’operaio bondenese, c’era anche Nicola Cavicchi. Nemmeno lui ce l’ha fatta e il padre, Bruno, per questo non si è mai dato pace. «Sono passati 1450 giorni. Io continuo a svegliarmi durante la notte, a chiedermi perché non è uscito dal capannone? Perché non è riuscito a salvarsi? Sono domande che mi assillano. Mio figlio è morto sul posto di lavoro e dopo 4 anni quello che abbiamo è il nulla. Ancora non è stato deciso niente, perché? E le istituzioni dove sono? Quante parole sono state spese, dove sono finiti tutti ora? Il silenzio dà ancora più fastidio, sono passati 4 anni e sembra che per certa gente, il terremoto in Emilia non sia neanche avvenuto». Quella mattina alle 4,04 perse la vita anche Tarik Naouch (29 anni). È morto a Ponte Rodoni di Bondeno nel crollo della ditta Ursa. Viveva con la sua famiglia nel Centese ma dopo la tragica perdita, i familiari lasciarono il territorio. Il terremoto dell’Emilia è stato definito, e sarà sempre ricordato, come il “sisma dei capannoni”. Nel Ferrarese però, oltre ai quattro operai morti mentre stavano lavorando, perirono anche Sandra Gherardi (46 anni), Gianni Baraldini (68 anni) e Nevina Balboni (102 anni). La prima morì dopo essere stata colpita da alcuni calcinacci caduti a seguito della seconda scossa del 29 maggio. Baraldini, invece, morì per infarto, causato dalla paura della scossa del 20 maggio. La stessa mattina, se ne andò anche l’ultra centenaria che, colta nel sonno dalla scossa delle 4,04, non fece in tempo a mettersi in salvo.

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