«Noi residenti Gad ormai prigionieri in un ghetto forzato»
La testimonianza dello scenografo Lorenzo Cutùli «Incontri sgraditi a ogni angolo quando si torna a casa»
«Ci sentiamo più stranieri degli stranieri in casa nostra». Lorenzo Cutùli, scenografo e costumista ferrarese di fama internazionale, parla a cuore aperto da residente vicino allo stadio, nel cuore della zona Gad.
«La mia – dice Cutùli – vuole essere una testimonianza diretta di chi vive, giorno dopo giorno, a contatto con una situazione di disagio in un quartiere che è sempre stato tranquillo. Una sorta di angolo chic della città, il fiore all’occhiello della ferraresità, compreso quello che era il Grattacielo di una volta, quartiere dove sono nato e vivo tutt’ora. Io sono un creativo, un artista che porta in giro per il mondo il nome di Ferrara, grazie al mio lavoro, nei diversi teatri nazionali e del mondo».
Come descriverebbe Ferrara agli occhi di un estraneo?
«Spesso i miei colleghi mi chiedono da dove vengo e dove sono nato e io con orgoglio, rispondo Ferrara, ma il sorriso diventa amaro quando inizio a raccontare come era bello e ridente il mio quartiere, situato in un polmone verde che faceva da contorno a una bellissima zona residenziale. Quando inizio a raccontare del degrado imperante in cui viviamo, io e la mia famiglia, e che continuo a subire come uno stillicidio continuo in una zona che dovrebbe essere strategica, il mio viso si rabbuia. Ferrara è, di fatto, città patrimonio dell’Unesco e non è ammissibile che, all’uscita dalla stazione, ci si specchi in quello che ora è la situazione attuale. Il degrado».
Lei gira il mondo, specialmente in treno. Come si presentano le altre città?
«Padova e Bologna, per esempio, sono città dal grande senso del decoro e lo si percepisce all’uscita delle stazioni, dove si vedono hotel di ottima categoria, o a Padova aiuole e pensiline curate, così come una città pulita e a misura di pedone dove si respira fin da subito un clima di civiltà».
Cosa percepisce ora nella zona Gad?
«Un senso di abbandono, che è un dato di fatto, e che si sviluppa giorno per giorno sotto gli occhi di tutti in una zona ancora abitata da molti anziani, i quali ormai si sono rassegnati alla situazione, nonostante i diversi comitati stiano portando avanti azioni lodevoli di sensibilizzazione alle autorità e all’amministrazione comunale cercando di dare voce agli abitanti della zona che ormai sono esasperati. Ma tutto questo non basta e non è più una percezione».
Che cosa è cambiato in questi anni?
«La zona Gad ora è una sorta di “parcheggio umano”. Intorno a te vedi questi stranieri di colore e non girare in bici, sostare come mosche che ronzano attorno a qualcosa e, noi sappiamo bene a cosa, essendo questa ormai zona nota di spaccio e prostituzione. Ora ci chiediamo se veramente queste persone si possono integrare, ma la vedo un po’ dura perché c’è un giro talmente radicato di spaccio di droga, che la “percezione”, visto che è di questo che parliamo, sia che in questa zona la gente di colore venga solo a delinquere e spacciare. Si stanno moltiplicando gli atteggiamenti aggressivi e per converso la poca sicurezza in chi ci abita. Quando la sera rientri in casa fai la strada tutta d’un fiato e fai incontri sgraditi ad ogni angolo. Non parliamo poi quando si arriva dalla stazione a tarda notte dove gli avvicinamenti e gli atteggiamenti aggressivi si stanno moltiplicando. E mentre prima passavi inosservato ora è come se volessero dettare regole a chi abita il quartiere come se ci dovesse abituarsi a diventare, invece, un ospite indesiderato».
La Gad, quindi, sta diventando una sorta di zona franca?
«La sensazione è questa. Dove loro vivono dettano legge con l’idea di colonizzare il quartiere, di far perdere identità alla zona e di rimanere lì da padroni. Io mi devo adattare a loro e non viceversa, ma questa è una mentalità da ghetto forzato».
Queste, però, sono parole forti.
«Sì, si matura intolleranza nei confronti del cittadino che abita la propria casa, perché loro sono insofferenti e intolleranti nei nostri confronti sapendo che possono agire nella totale libertà visto che le leggi sono dalla loro».
Proposte?
«Riqualificare la zona anche innestando attività commerciali di un certo tipo. Certo, ci può stare bene il negozio etnico o quello pakistano della frutta, ma ci vogliono attività nostrane che riqualifichino la zona prima che si compiano anche fenomeni di intolleranza o di xenofobia troppo forti. E ci siamo vicini, perché non ci sentiamo più protetti. E anche questo è un dato di fatto che emerge nelle pagine del vostro quotidiano tutti i giorni».
Cutùli, perché secondo lei si è arrivati a questo?
«Per una forma di lassismo. Confinando tutto in questa zona, tanto così sono più controllabili e forse per certi aspetti da parte delle autorità è nata una sorta di menefreghismo e di sottovalutazione del problema. Se qualcuno mi dice che se non sono contento me ne posso anche andare, rispondo che non è giusto. Io qui sono nato e cresciuto e così tutte le famiglie del luogo che rivendicano il loro diritto di cittadini. Ferrara non si merita una situazione del genere».
Federica Achilli
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