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Camelot, il Comune e la Corte dei conti

di Daniele Predieri
Camelot, il Comune e la Corte dei conti

Oltre l’indagine penale, verifiche sui possibili danni erariali. Per una coop diventata un modello nei progetti di accoglienza

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FERRARA. E’ ancora oggi l’accusa più contestata in materia di reati contro la pubblica amministrazione, ma resta anche l’ipotesi più difficile da provare, per cui chiedere un eventuale processo. Premesse importanti che fanno da sfondo all’inchiesta della procura sulla coop Camelot e gli appalti assegnati ad essa dal Comune di Ferrara per progetti di accoglienza profughi: l’indagine in corso da un anno è ora rubricata con l’ipotesi di reato di abuso d’ufficio e vede al lavoro da tempo magistrati, carabinieri e Finanza che dovranno accertare se vi siano stati o meno presunti vantaggi per Camelot da parte del Comune di Ferrara per l’assegnazione degli appalti per accoglienza profughi.

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Occorre però non dimenticare un’altra tranche dell’indagine sul caso Camelot, condotta da tempo, che risulta essere parallela a quella penale. Si tratta degli accertamenti sugli aspetti contabili per un possibile danno all’erario, che la procura della Corte dei conti ha delegato agli inquirenti ferraresi, Guardia di Finanza in primo piano. Due binari paralleli che dimostrano la concretezza delle verifiche in corso, in cui gli inquirenti stanno valutando la mole di documentazione raccolta in oltre un anno di indagini e indicare perchè Camelot è una coop “pigliatutto”: è una coop che vince appalti perchè aiutata, facilitata, avvantaggiata oppure, come da sempre spiegano gli addetti della coop sociale - fiore all’occhiello del mondo cooperativo e diventata oggi un modello a Ferrara e non solo visto che lavora in tutta la regione - gli appalti sono più che meritati? «Ci si rivolge a noi non per strani rapporti» avevano spiegato mesi fa alla Nuova Ferrara i massimi dirigenti coop. E le gare vinte? «Le vinciamo - aggiungevano gli stessi - non per oscuri motivi, ma perché siamo diventati bravi e presentiamo progetti di qualità».

Per mesi, però, Camelot era diventato il bersaglio di politici nostrani e regionali con affermazioni, commenti, giudizi e “sentenze” affrettate. Sulla scia di questo principio, Camelot ha denunciato per diffamazione due esponenti, nazionale e provinciale, di Forza Nuova e il processo è giunto ormai alla fase conclusiva con interrogatori fissati per i due indagati: il leader nonchè fondatore del partito di estrema destra, Roberto Fiore e il responsabile provinciale, Massimo Piana. Dovranno difendersi dall’accusa di diffamazione, davanti ai magistrati che stano seguendo l’indagine e sostenere - come già fatto ieri alla Nuova - che le affermazioni postate su Facebook, oggetto della denuncia, erano solo espressione di un diritto di critica politica. In realtà, anticipando conclusioni mai nemmeno ipotizzate dagli inquirenti, avevano parlato di corruzione e corruttele: da qui la denuncia di Camelot. E così, un processo per diffamazione, come accade spesso, potrebbe diventare il primo vero confronto giudiziario sul caso Camelot.

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