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Medicina cerca un varco verso la Romagna

Pacchioli (Attiva Ferrara): Unife rischia di essere declassata se resta con Bologna Apertura da Carradori (S. Anna): ma priorità è potenziare servizi ed eccellenze

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È possibile, nell’ottica della scomparsa delle province e della costituzione delle future aree vaste, pilastri della riforma Del Rio, ipotizzare una sanità ferrarese, e in particolare una Scuola di Medicina, più legata alla Romagna piuttosto che a Bologna?

L’ex facoltà estense (oggi Scuola di Medicina) ha iniziato da tempo a puntare lo sguardo verso l’orizzonte e a chiedersi a quali condizioni potrà mantenere un ruolo (autonomo) in regione, soprattutto da quando a Bologna - era la scorsa legislatura - si è alzata la voce (ex assessore Lusenti, 2011) di chi è convinto che «quattro poli (Ferrara, Bologna, Parma e Modena-Reggio) in Emilia Romagna sono troppi». La proposta di aprire una porta verso la costa, tra Comacchio e le Marche, lanciata ieri da Marcella Pacchioli, presidente dell’associazione Attiva Ferrara, ha trovato orecchie attente e qualche timida apertura, non tutte convinte dell’urgenza della scelta, tra i relatori del dibattito dedicato alla sanità che si è svolto a Palazzo Roverella, tra i quali c’erano anche i rappresentanti di Unife e del Sant’Anna.

Piccolo è fragile. Il punto di partenza, come ha osservato la stessa Pacchioli, è il peso numerico, storico e accademico dell’Alma Mater, espressione si una realtà metropolitana con la quale Ferrara fa fatica a confrontarsi e che comporta un rischio di «declassamento» per l’ateneo estense. La Romagna non ha un’università, ha detto Pacchioli, e Ferrara potrebbe offrirle «questo valore aggiunto in una ipotesi di integrazione e accrescimento comune», traguardo che potrebbe essere agevolato dalle caratteristiche di «due territori, strutturalmente simili, e dalla maggiore omogeneità del loro tessuto sociale ed economico».

Limiti e confini. Ferrara fa già parte di un’area vasta sanitaria assieme a Bologna e Imola (Avec) con le quali condivide ad esempio il servizio 118 (nel quale è integrata anche Modena), il laboratorio analisi, lo screening per il test Hpv e così via. Un’area vasta basata sull’espansione dell’università in Romagna, ha detto Tiziano Carradori, direttore generale del Sant’Anna, è «possibile», ma solo all’interno di una logica «di sistema».

Niente concorrenza con Bologna, ha fatto capire, università che ha intrecciato legami forti con la sanità romagnola, in particolare con l’area forlivese e riminese. Piuttosto collaborazioni e alleanze da sviluppare senza perdere per strada i «flussi», cioè le preferenze dell’utenza locale, che ad esempio per la cardiochirurgia si rivolge in parte a Bologna e in parte alla Romagna, dove operano centri altamenti qualificati.

Gli scontenti. Ferrara, nell’assistenza, se la deve vedere con la concorrenza bolognese a sud e con quella del Veneto a nord. Dovrà quindi cercare di recuperare il più possibile di quel 23% di utenza che «non è soddisfatta della sanità locale e che si rivolge fuori provincia o regione», ha sottolineato Carradori.

L’area vasta è un confine amministrativo e, forse, troppo rigido. «La priorità è consolidare i servizi per la nostra popolazione», ha ribadito il dg del Sant’Anna.

Spesso le aree di eccellenza si trovano all’interno di nicchie che possono essere valorizzate e “blindate”, come la genetica medica, le neuroscienze («la neuroriabilitazione, a Ferrara di alta qualità, ha un’utenza che è composta solo per il 25% da ferraresi»), la Reumatologia o l’Endocrinologia. Ma non bisogna mai dimenticare i «flussi», ha commentato Carradori, e allora non «si può accettare che rimandiamo gli interventi chirurgici perchè chi ha un’ernia dolorante, ad esempio, non aspetta e si rivolge altrove». Confermando che intende muoversi su questa strada, il dg ha anche ricordato che le equipe chirurgiche «si possono muovere sul territorio (da Cona verso gli ospedali periferici, ndr)» e che spostandosi in alcuni punti (Cento ad esempio), potrebbero richiamare pazienti dalle zone confinanti (ad es. il bolognese).

Adolfo Sebastiani, intervenuto per conto del rettore Giorgio Zauli, ha prospettato un ruolo più “aggressivo” da parte di Unife. «Dobbiamo attaccare - ha esordito - i bolognesi i conosciamo, ci considerano dei magnazucca. Dobbiamo acquisire nuove docenze, espanderci verso la Romagna e, se lì - dove manca l’università - un primario diventa professore di prima o seconda fascia, dovrebbe poter mantenere il suo ruolo».

Ma la Regione dovrebbe in qualche modo, ha insistito Sebastiani, agevolare questo sbocco prevedendo questa possibilità «all’interno dei protocolli che dovrà definire con le università» per evitare esiti «ostruzionistici». Sebastiani ha ricordato l’idea non decollata di «creare un istituto di ricovero a carattere scientifico a Ferrara (Centro San Giorgio, ndr)».

I privati. L’alleanza con Ferrara rappresenta «un’opportunità» per Saverio Lovecchio, coordinatore dei servizi Asl della Romagna, senza dimenticare però che oggi «il flusso più consistente va verso Bologna». Anche Bruno Biagi, presidente regionale Aiop (ospedalità privata), non ha indicato una strada a senso unico: «C’è spazio per Ferrara e per Bologna. Piccolo è bello? Non è sempre vero. Grande vuol dire unire le forze e le eccellenze». Il ricercatore e fisiologo Luciano Fadiga ha invitato ad uscire «dal perimetro del campanilismo» e a «selezionare le specificità ed eccellenze da sostenere. Si può dialogare anche con il privato d’eccellenza». E il collega Donato Gemmati, del Centro emostasi e trombosi di Unife, ha annunciato la scoperta a Ferrara di un marcatore “prognostico” in grado di prevedere il rischio di uno scompenso cardiaco dopo un infarto. Un pensiero ai giovani. «Stringere legami forti con la Romagna potrebbe essere utile anche per rafforzare le nostre scuole di specializzazione, una garanzia in più per chi vuole intraprendere questa professione», ha concluso Sebastiani.

Gioele Caccia

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