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Calunniò il ragioniere, Dianti a processo

di Daniele Predieri
Calunniò il ragioniere, Dianti a processo

L’imprenditore dello scandalo Acer finisce in tribunale come imputato: sullo sfondo gli strani rapporti col commercialista

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FERRARA. Aveva accusato il suo commercialista di averlo truffato, di avergli presentato e fatto pagare parcelle altissime, per 800mila euro. Disse addirittura che le firme sulle scritture private tra lui e il ragioniere erano state falsificate, ma una perizia calligrafica lo ha sonoramente smentito.

E adesso, Filippo Dianti, imprenditore ferrarese conosciuto alle cronache come il Grande Accusatore dello scandalo per le mazzette all’Acer (l’azienda case popolari), con un ribaltone giudiziario è diventato il Grande Accusato. Per lui il giudice Silvia Marini ha imposto alla procura l’imputazione coatta per il reato di calunnia, per aver detto il falso - davanti ai magistrati - sul conto del suo ex commercialista, il ragioniere Andrea Carletti. Un rapporto quello tra cliente e professionista che si è rotto da tempo e da tempo li vede, con una alternanza giudiziaria senza fine, accusarsi a vicenda e vestire, a turno, i panni dell’imputato o della vittima del reato. Mentre sullo sfondo di tutto c’è il loro rapporto fatto di «artifizi fiscali», molto disinvolti che servivano all’imprenditore per abbattere ed eludere il fisco.

Dopo la decisione del giudice di imporre le accuse per Dianti, ora la procura - che aveva chiesto l’archiviazione - dovrà riscrivere i capi d’accusa e formalizzare il processo. Tutto ruota, dicevamo, su parcelle presentate dal ragioniere a Dianti per circa 800mila euro. Dianti - e la moglie, Nicoletta Mantovani che ora divide con lui le accuse - dopo aver pagato le prestazioni di Carletti lo denunciò per truffa, mentre sul fatto è ancora pendente in appello anche un processo civile nel quale Carletti è stato condannato a rifondere gli 800mila euro. L’inchiesta penale per truffa, a carico di Carletti, tuttavia si concluse con l’archiviazione decisa dal giudice Piera Tassoni e così forte di questo pronunciamento, Carletti - assistito dall’avvocato Massimo Bissi - ha denunciato a sua volta per calunnia Dianti (difeso a sua volta in questa vicenda dall’avvocato Gianluigi Pieraccini). Dianti e la moglie sostenevano che quella cifra di 800mila euro servisse per pagare tasse e tributi, lo dissero nella denuncia, peccato avessero sottoscritto due incarichi professionali (scritture private) con tanto di firme. Firme che prima hanno disconosciuto, poi inchiodati dalla perizia calligrafica fecero marcia indietro, sostenendo di aver solo firmato fogli in bianco. Sulla base di questa situazione, spiega il gip Marini, «emergono elementi che inducono a ritenere false le circostanze riportate nelle denunce querele» di Dianti e moglie. Il giudice però ricorda nel suo atto che questa sua decisione non è sul merito della colpevolezza o meno di Dianti: ha valutato che gli elementi emersi sono più che sufficienti per celebrare il processo. Processo che, comunque, potrebbe mettere in luce gli strani rapporti tra cliente e professionista e tutti quei trucchi - «fraudolenti ed elusivi, ma non penalisticamente rilevanti», dice la procura negli atti di archiviazione - usati dall’uno e dall’altro per avere vantaggi dal fisco.

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