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«La telemedicina ferrarese fa scuola anche in orbita»

«La telemedicina ferrarese fa scuola anche in orbita»

L’esperimento ‘Drain Brain’ ideato dal team di Unife eseguito su AstroSamantha. I ricercatori estensi: superate molte difficoltà, tecnologia che colma una lacuna

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FERRARA. Il cielo è un pozzo di scienza da cui pescare informazioni utili per la vita sulla Terra di tutti giorni. È senza alcun dubbio la storia del progetto “Drain Brain”, che ha permesso di studiare gli effetti dell’assenza di gravità sulla circolazione sanguigna. Ne ha parlato ieri pomeriggio in Fiera il professor Paolo Zamboni, chirurgo dell’Università di Ferrara, città base di lancio dell’esperimento che ha coinvolto nello spazio il capitano dell’Aeronautica Samantha Cristoforetti nel corso della sua nota missione sulla Stazione orbitante internazionale. «Finora sull’argomento in questione avevamo avuto scarsissime notizie – ha detto Zamboni – soprattutto per via dell’indisponibilità di tecnologia trasportabile nello spazio. Per il futuro il nostro studio apre applicazioni importantissime nell’ambito della telemedicina. Si è scoperto che in orbita il sangue scorre più lentamente nelle vene giugulari e che il meccanismo del respiro è un potente attrattore, più che sulla Terra».

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Il tutto grazie all’ecodoppler cui la Cristoforetti si è autonomamente sottoposta. Incontrando peraltro difficoltà per niente banali da superare. «Il nostro esperimento – ha ricordato Zamboni – è stato molto complesso. Per esempio sapevamo di avere a disposizione pochi minuti per portarlo a termine, poiché avremmo incontrato prima o poi delle fasi di pochi minuti in cui il segnale si sarebbe perso, con la “scomparsa” di Samantha. Eravamo dei neofiti, non preparati a questi ostacoli, ma ora posso dire che ce l’abbiamo fatta. Con grande orgoglio per essere stati selezionati dalla Nasa e dall’Agenzia spaziale europea». A proposito di imprevisti da far tremare le vene ai polsi, c’è stata pure l’esplosione del primo razzo che avrebbe dovuto portare i materiali alla Cristoforetti, avvenuta pochi secondi dopo il lancio, il 28 ottobre 2014; un passo a vuoto poi superato, per fortuna. I ricercatori estensi, in piena corsa, riuscirono a sostituire il pletismografo perduto con un altro dispositivo che fu consegnato in orbita all’astronauta. Grazie a un’azione corale fu quindi possibile recuperare i test programmati dall’Esa nella stazione spaziale. Ieri era in mostra il dispositivo ritrovato su una spiaggia vicina settimane dopo lo scoppio, ancora integro nella sua custodia tutta “made” in Ferrara. Maurizio Ferrini, il comico, ha riconosciuto il merito degli «amici di Unife»: «Maial che bravi, hanno trovato l’involucro intatto».

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Ora non resta che attendere gli esiti degli studi, al vaglio dei revisori. «I risultati parziali li stiamo elaborando: la comprensione a livello clinico non è semplice», ha detto il project manager dell’esperimento, Angelo Taibi. Nel corso del convegno sono intervenuti anche altri componenti dello staff di Zamboni, come il fisico Francesco Sisini («I segreti del polso giugulare analizzati a Terra» era il titolo della sua relazione) e Roberto Manfredini, direttore della Clinica medica di Unife, il quale ha parlato sul tema “I bioritmi sulla Iss. Com’è difficile fare il cronobiologo sulla Stazione Orbitante Internazionale”; presente anche il tenente colonnello dell’Aeronautica Paola Verde.

Fabio Terminali

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