Dall’inferno al paradiso sulle scale del grattacielo
Roberto: fino al 2000 era come stare in paese, poi è cambiato tutto, ho venduto Lino: vivo qui dal 1959 e non me ne andrei mai. Maria: da qui vedo anche la Spal
Conquistare il tetto del Grattacielo fu come conquistare la vetta di una montagna; perciò il 14 maggio del 1958, nei giorni in cui il colosso ferrarese fu inaugurato, sventolava da lassù la bandiera italiana. Doveva essere l'ultimo baluardo della città, il punto da cui mettere a fuoco l'asse Cavour-Giovecca in prospettiva sino a piazzale Medaglie d’Oro.
Di sicuro, 22 piani per 75 metri d'altezza è stato un azzardo da accettare, specie in una città che aveva dato i natali all'Addizione Erculea e che non si era mai sviluppata in altezza. D'altronde, la concezione di modernità è cambiata completamente: dei due architetti romani che lo hanno progettato, Luigi Pellegrin e Sergio Delle Fratte, il primo era wrightiano e il secondo si laureò sulle case a torre proprio pensando a Ferrara. Entrambi credevano che emulare da un lato il futuro americano e dall'altro il ricordo della Garisenda e degli Asinelli bolognesi fosse il massimo realizzabile. Ragionando per estremi, pure il Centre Pompidou di Parigi (progetto di Renzo Piano) non fu accolto subito all'unanimità. Oggi, per i parametri di sostenibilità ambientale che vengono applicati in campo edilizio, il grattacielo sarebbe considerato una speculazione senza ombra di dubbio e non sarebbe tollerato. Basti ricordare la polemica sollevata dalla Darsena di Mascellani, con una torre assai più modesta: la volumetria del complesso Aran, nome ereditato dall'impresa di costruzioni originaria, richiederebbe circa dieci ettari di area verde circostante. Il dibattito rimarrà vivo fino a ché il gigante rimarrà in piedi: quanto è fuori scala?
«Vivo qui dal 1959, l'anno dopo che fu completato, e non vorrei mai andarmene - afferma Lino - È la zona più bella di Ferrara e gode di ogni comodità. Se si ha bisogno di viaggiare, e non si ha l'auto o altri mezzi a disposizione, si ha la stazione a due passi e si può girare il mondo. Al ritorno, si arriva davanti alla porta di casa». L'entusiasmo si è manifestato in dialetto da uno dei residenti storici del palazzo. Lino, come i coniugi Maria e Luca che stanno al diciannovesimo piano, non si lamenta dei vicini o dei rumori, di ciò che succede dentro o fuori dalla tromba delle scale. «Siamo tornati qui - aggiunge Maria - perché ci piace stare in alto e ci siamo resi conto di quanto verde abbiamo intorno. Non ci pensiamo proprio a rinunciare a una vista del genere", tanto che la coppia di pensionati ha fatto spostare le finestre della sala da pranzo verso il basso. Quando gioca la Spal, il signor Luca si accomoda in poltrona, impugna il binocolo e si gusta la partita, o almeno quella che riesce a scorgere.
Un problema reale, che pesa sulle loro spalle, sono le spese condominiali. Le energie dei proprietari che credono ancora in queste pareti sono altra cosa rispetto a quelle degli studenti o degli stranieri affittuari. Le cifre a inquilino sono decuplicate rispetto a qualsiasi altro condominio della città, perché in troppi non le pagano. Una dimostrazione eloquente è stato l'abbandono del sistema di riscaldamento centralizzato per scegliere quello autonomo, così le caldaie hanno invaso i pianerottoli a scapito dell'estetica. E a breve toccherà anche all'acqua.
«Il grattacielo viveva una situazione totalmente diversa prima del 2000 - racconta Roberto, che non ha resistito e ha deciso di vendere - era come se un paese fosse stato compresso in un unico edificio, tutti si conoscevano tra loro, s'incontravano sugli ascensori e, mentre si saliva, ci si scambiava la voce. C'era un'atmosfera serena in ambo le torri. Sulla strada, ad esempio, il negozio di alimentari era gestito da una coppia che stava in uno dei tanti appartamenti. All'esterno i giardini erano curati, i bambini invadevano le giostre, si rincorrevano, giocavano con il pallone. Erano un luogo di ritrovo nel quartiere». Il flusso di stranieri che insieme agli universitari occuparono gli ultimi piani, cambiò rapidamente l'atmosfera. «Assistevo spesso a oggetti lanciati dai balconi e risse sui marciapiedi - conclude Roberto - Di conseguenza, i controlli delle forze dell'ordine partirono da lassù. La situazione continuò a precipitare con lo spaccio tra gli alberi. I controlli si intensificarono e alcuni di noi iniziarono a vendere a ribasso».
Matteo Bianchi
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