Goro, per il caso Branchi sale il numero delle persone indagate
Il cerchio si stringe. Sapevano e non hanno mai parlato, potrebbero essere accusati di favoreggiamento
GORO. Il cerchio si stringe attorno al caso Willy Branchi e la svolta sembra sempre più vicina. Nei giorni scorsi altre persone (non tutte residenti nella cittadina) sarebbero state raggiunte da avvisi di garanzia e convocate per essere ascoltate. Nuovi indagati, dunque, che potrebbero dover rispondere di favoreggiamento perché, pur sapendo, avrebbero coperto i responsabili della morte di Willy e non solo. Attorno alla morte del ragazzo ci sarebbe stato un grosso giro di pedofilia, caratterizzato da festini e incontri in cui sarebbero stati coinvolti ragazzi incapaci di intendere e di volere, forse anche minorenni all’epoca dei fatti.
Al momento sarebbero dunque una decina le persona ancora in vita su cui ruotano le indagini, indagini che vanno avanti a ritmo serrato e che potrebbero portare a ulteriori sviluppi.
Il caso è stato riaperto per volontà della famiglia, supportata dall’avvocato Bianchi. La salma di Willy Branchi è stata riesumata e quindi analizzata dal medico legale Giovanni Pierucci il 16 novembre del 2015, esattamente dopo 27 anni dal brutale omicidio. Pierucci e la sua equipe hanno analizzato e studiato quanto prelevato da quel che resta del corpo di Willy e la relazione dovrebbe dunque essere già sul tavolo degli inquirenti e di tutte le parti interessate. Solo la tenacia dei familiari, la determinazione della Procura ed i passi avanti della scienza hanno permesso di riaprire un caso giudiziario.
L’inchiesta sull’omicidio Branchi è stata riaperta lo scorso autunno proprio in base a un esposto depositato dall’avvocato della famiglia della vittima, dopo che la prima inchiesta puntò dapprima su Valeriano Forzati, pluriomicida di Goro fuggito in Argentina e poi morto nel carcere di Buenos Aires pochi anni dopo, che però venne scagionato e l’indagine per omicidio volontario contro ignoti si incagliò due anni dopo sui binari dell'archiviazione. «Le ipotesi sono tante, noi cerchiamo di non farne nessuna»: è questo apparente paradosso a dare la svolta all’indagine, come hanno spiegato nei mesi scorsi il procuratore capo Bruno Cherchi e il pm Giuseppe Tittaferrante sgombrando il campo dalle illusioni, mettendo sul tavolo tutte le difficoltà del caso e illustrando così la serietà del lavoro che procura, carabinieri di Comacchio e reparto investigativo stanno conducendo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
