Chi si volta, chi no Coscienze ferraresi
Che facciamo di fronte alle aggressioni? Parlano gli esperti
Più impauriti, certamente più diffidenti, forse più egoisti. Plasmati, qui come altrove, dalla lima aspra della crisi economica, resi più individualisti da un senso di crescente insicurezza, e più soli - e a tratti più invidiosi - dall’abuso dei social.
I ferraresi, secondo le persone interpellate dalla “Nuova”, non sono immuni dai “virus sociali” che sempre più spesso - e ne è l’esempio la tragedia di Sara Di Pietrantonio e le sue inutili richieste di soccorso - fanno sì che la gente giri la testa dall’altra parte di fronte a chi si trova in stato di bisogno o di pericolo.
Ma Ferrara, dicono ancora i nostri interlocutori, ha ancora gli anticorpi per invertire la tendenza e far tornare sui propri passi - idealmente e concretamente - chi ha girato le spalle alla solidarietà.
«Siamo capaci di tutto, di grandi generosità e di azioni al limite della disumanità - afferma Elena Buccoliero, sociologa, direttrice della Fondazione emiliano-romagnola per le vittime dei reati - Non è facile inquadrare però la tendenza generale, meglio invece cercare di capire le cause che hanno prodotto quella disumanità. Chi non si ferma ha paura, e la paura è un argomento serio, perché le persone hanno bisogno di sapere che possono essere tutelate, e di capire che il contrario dell’indifferenza non è l’eroismo, che la scelta non è tra girarsi dall’altra parte e rischiare la vita. Si deve però essere certi di poter contare sulle istituzioni, altrimenti è qui che subentra la sfiducia, perché un’esperienza negativa provoca danni che vanno molto oltre quella piccola esperienza. Se un prepotente a scuola mi ruba il tappo del serbatoio del motorino nuovo, chiamo le forze dell’ordine e sento che non mi stanno prendendo sul serio, questo crea disillusione e inasprisce i rapporti. Invece per certe frasi orribili su facebook non trovo giustificazione, mi fanno solo schifo. Poi ci sono anche le responsabilità dei media come della politica che manipolano la paura, e sull’industria del terrore sono in molti a prosperare».
Se l’indifferenza è una malattia, spesso mortale, a produrre gli anticorpi è chiamato chi ha il compito di formare le nuove generazioni, così come chi opera nella rete, ancora forte a Ferrara, del volontariato. «Voglio pensare che la nostra città sia ancora un luogo solidale - riflette il preside del liceo Roiti Donato Selleri - Forse lo penso perché lavoro con i giovani nei quali ancora avverto l’attenzione e la generosità verso gli altri. Non sono sicuro invece che lo stesso valga per gli adulti, e che in un Paese in difficoltà come il nostro si sia insinuata una punta di egoismo. Ma voglio essere ottimista, credo nei giovani e nella loro carica di disponibilità e idealismo. Anche perché ho bisogno di credere che il mio lavoro abbia un senso, e sono proprio i ragazzi a darlo».
La scuola deve fare la sua parte, interviene il dirigente dell’istituto comprensivo Perlasca, Stefano Gargioni: «Questa è una città ancora ricca di risorse, e noi educatori cerchiamo di insegnare ai bambini e agli adolescenti il rispetto e la solidarietà. Ma la nostra è anche una città impaurita e spaventata, e che sta vivendo un momento di forte difficoltà dal punto di vista economico e sociale, e questo è un fattore forte di condizionamento perché induce le persone a difendersi chiudendosi in se stesse. Quando tutti stanno bene è più facile essere buoni. Per tornare a vivere in un clima di maggiore serenità e altruismo ognuno deve fare la propria parte: la scuola c’è, e anche le istituzioni si devono adoperare per invertire il trend. Mi ha molto colpito l’esperimento di una giornalista, a Milano, che è rimasta a terra per dieci minuti senza che nessun passante intervenisse; quindici anni fa non sarebbe mai successo, il problema è che abbiamo perso molti punti di riferimento e ognuno pensa a sè».
Il rimedio va cercato valorizzando il tessuto sano di Ferrara, come spiega Paola Castagnotto, presidente del Centro Donna Giustizia: «È una città che ha ancora grandi riserve di generosità, lo si vede dalla ricchezza del volontariato come sa bene chiunque conosca il mondo dell’associazionismo, ma non è esente da quel germe culturale diffuso che è l’egoismo progressivo. Gli anticorpi ci sono, e occorre usarli. Ferrara è stata capace di grandi prove di solidarietà, abbiamo alle spalle venti anni di esperienze di accoglienza, da Viale K, ai Centri antiviolenza, dalle associazioni dedicate alla disabilità alla stessa Udi. Se si impara a fare rete anche i singoli avranno uno strumento in più per uscire dall’individualismo, a interrompere le guerre tra poveri nate dalla crisi economica, che porta con sè anche una crisi di valori e un impoverimento dei rapporti umani. Questi sistemi di difesa, se utilizzati in una dimensione collettiva e di autoriflessione, possono diventare strumenti per cambiare i comportamenti dei singoli».
Questa malattia sociale, però, ha conosciuto un’innegabile progressione se è vero, come sostiene l’economista Andrea Gandini, che «rispetto a venti, trent’anni fa c’è stata una regressione a tutti i livelli. Sono venute a mancare quelle organizzazioni intermedie di partecipazione politica e sociale, e sono rimaste le dimensioni estreme: l’individuale e l’universale. I vecchi modelli aggregativi sono stati sostituiti dai social che, a dispetto del nome, favoriscono la solitudine e non la socialità. Da un lato questo produce maggiore libertà, anche di espressione, ma dall’altro riduce la responsabilità sociale. Ferrara non si sottrae a queste dinamiche, basti pensare che poco tempo fa una mia amica è stata colta da un attacco di epilessia in via Garibaldi e nessuno si è fermato. Ogni epoca ha le sue minacce; acquista vantaggi, ma anche svantaggi, rispetto a quella precedente. I problemi del presente sono proprio i disturbi sociali come l’aumento di paura, indifferenza e incapacità di comunicare in modo sano. La fatica di vivere è data soprattutto dalle relazioni sociali, che si sono trasformate in fonti di stress e di difficoltà. C’è tanta gente che si chiude in casa e si disabitua al contatto».
A pesare, come nota il docente di Filosofia Piero Stefani, sono anche le ferite personali: «Ognuno di noi ha nel cassetto un’esperienza di aiuto che si è rivelata poi fonte di ingratitudine e inganno, minando la fiducia negli altri e l’idea del bisognoso come di una persona che ci sarà riconoscente. C’è poi la dimensione della paura, e chi si vuole difendere si chiude a riccio. I fattori sono numerosi, e non è detto che anche in passato non fosse così, perché ci si sente spesso inadeguati nell’entrare in rapporto con gli altri».
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