«Splendido Giardino Per rifiorire non hai bisogno di terrore»
Il presidente dell’ordine degli Architetti di Ferrara interviene nel dibattito sul quartiere “caldo” della città
Il quartiere Giardino, progettato e disegnato per essere il quartiere più bello di Ferrara, a pochi passi del centro, sta subendo invece una fase di forte involuzione e degrado, tanto che è diventato un quartiere “banlieue”, più periferico che cittadino. A Diego Farina, presidente dell’Ordine degli Architetti di Ferrara, abbiamo chiesto alcune impressioni, da cittadino e da professionista, sul quartiere Giardino e su possibili soluzioni contro il degrado urbano .
Presidente, il quartiere Giardino grida aiuto. Quali sono secondo lei le prime cose da fare per risollevare le sorti di questa zona della città fortemente degradata in questi ultimi anni da spaccio e violenza?
«Oh my GAD riporta la scritta su una maglietta che ho visto qualche giorno fa in città. Innanzitutto bisogna alleggerire la tensione che tende a demonizzare ogni cosa che avviene, il quartiere Giardino vive degli stessi problemi che vivono buona parte delle città italiane, chi più e chi meno, problemi da tempo conosciuti. Questo non vuol dire “mal comune mezzo gaudio”, ma vuol dire che sono situazioni conosciute e già affrontate e che come tali vanno risolte con processi sociali e urbani di lunga durata e non sicuramente con campagne di terrore».
Il vicesindaco Maisto, proprio in un'intervista alla Nuova Ferrara, chiedeva il contributo di associazioni e gruppi culturali per la rinascita del quartiere. Cosa ne pensa?
«Il vicesindaco ha assolutamente ragione. Sicuramente è imprescindibile una presenza costante delle forze dell'ordine, ma non è militarizzandola una città che se ne risolvono i problemi di natura urbana».
Secondo lei perché Renzo Piano ha utilizzato il termine “rammendo" per il suo progetto sulle periferie?
«Perché dà benissimo il senso di un qualcosa che si è lacerato, anche in modo sottile, capillare, ecco il mondo culturale, dell'associazionismo della micro economia di quartiere, per loro natura sono gli unici che possono ricostruire questi strappi, è provato. Troviamo esempi di questo tipo ovunque, ma senza guardare lontano sono fondamentali i lavori e i presidi di associazioni come Basso Profilo, Grisù e le molte altre che già lavorano da anni nel quartiere. Bisogna sostenerle, affiancarle, infatti la coesione sociale è la parola d'ordine presente in molte delle strategie europee che tendono a dare soluzioni a queste tematiche».
La vostra sede dell’ordine degli Architetti troverà spazio nella Palazzina Ex Mof di corso Isonzo, è un segnale preciso?
«Lo spero. Quando abbiamo iniziato il percorso ormai due anni fa, il nostro scopo era quello di contribuire a rigenerare insieme all'Urban Center un edificio e una porzione di città, per quello abbiamo focalizzato la nostra attenzione sull'area Ex Mof e non su un edificio dell'area medioevale o rinascimentale. Con la palazzina ci siamo riusciti, speriamo di contribuire anche ai lavori sul quartiere».
Il quartiere ha molti spazi verdi, come mai secondo lei non vengono utilizzati a dovere?
«Giardini, strade, cortili, parchi, parliamo di spazio pubblico in generale, dove viene a sparire la qualità del vivere e quel tessuto sociale forte, lo spazio pubblico è il primo che ne paga le conseguenze, il primo che subisce abusi. Bisogna forzare la mano e riprenderselo, attraverso attività pubbliche, manifestazioni culturali, mercati, bisogna riappropriarsi dell'uso della nostra città, senza timori di sorta. Deve passare il messaggio che il patrimonio di spazi pubblici del quartiere Giardino è un patrimonio di tutta la città allo stesso livello delle mura e allo stesso modo deve essere valorizzato».
Da cittadino, che idea si è fatto di questa problematica nel cuore di Ferrara?
«È una situazione ormai radicata e complicatissima, che non ha una ricetta scritta, tranne forse quella di essere affrontata a 360°. Sicuramente non si risolve con una mostra o una telecamera in più, ma sicuramente se tutta la città rispondesse compatta, senza strumentalizzare politicamente ogni passo, attuando una sorta di nuovo welfare urbano, probabilmente quello sarebbe l'innesco del processo».
Da architetto, servirebbe anche qualche modifica urbanistica per il quartiere?
«Le città devono di natura cambiare, ma io ritengo che il quartiere giardino sia forse uno dei più belli della città, è luminoso, ha lo spazio pubblico adeguato, edifici di pregio e tutti i servizi necessari. L'unica cosa che non ha più è il giusto mercato immobiliare, rovinato da anni di palese speculazione dalla quale nessuno si è sottratto, che insieme alla presenza di una porta di accesso come la stazione, alla anagrafica sostituzione degli abitanti e a tutte le altre cause più volte citate hanno contributo alla situazione attuale. Quindi più che interventi urbani sarebbero necessarie politiche rigide sugli affitti, ma questo vale per ogni zona della città».
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