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Non diffamò il medico su Fb Mamma assolta dal giudice

Non diffamò il medico su Fb Mamma assolta dal giudice

Per il giudice quelle frasi postate su facebook non erano offensive e diffamatorie, ma costituivano un «giustificato diritto di critica». A distanza di quattro anni dai fatti, la fondatrice del...

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Per il giudice quelle frasi postate su facebook non erano offensive e diffamatorie, ma costituivano un «giustificato diritto di critica». A distanza di quattro anni dai fatti, la fondatrice del gruppo Fb di auto aiuto per mamme Allattiamoli Elena Vacchi, ieri è stata assolta dall’accusa di diffamazione via facebook ai danni di una dottoressa della Guardia Medica, Cecilia Antonietti. Quest’ultima, al contrario, si era ritenuta lesa nella sua dignità personale e professionale da quel post pubblicato su Allattiamoli e poi condiviso da un altro gruppo facebook, quello delle Mamme del Frignano.

Tutto era nato da un colloquio telefonico tra le due donne: la mamma aveva un’infezione a un dito e aveva chiesto al medico di prescriverle un antinfiammatorio che non compromettesse l’allattamento del figlio di 22 mesi. Il medico le aveva risposto che tutti i medicinali finiscono nel latte materno e che era opportuno dunque interrompere l’allattamento. Sul tono e gli stessi contenuti della telefonata però le versioni sono diverse: semplici consigli e prescrizioni mediche, per la dottoressa; la mamma, invece, aveva ritenuto molto aggressivo l’atteggiamento del medico, e non aveva lesinato lamentele, prima con una lettera di protesta all’Urp dell’azienda ospedaliera, e poi con il post incriminato. «Mi sono sentita rispondere in tono aggressivo e poco cortese che potevo smettere di allattare anche subito perché dopo 22 mesi il latte ormai era acqua, e che se volevo continuare ad allattare dovevo fare un altro figlio», ha riferito ieri in aula Elena Vacchi.

Ma il processo ha anche messo in evidenza i “vuoti” che una realtà relativamente nuova come facebook crea nella giustizia. È bastato che il pm chiedesse una correzione del capo di imputazione (il gruppo Fb dell’imputata non era infatti le Mamme di Frignano ma Allattiamoli) per indurre l’avvocato difensore Mario Parrilli a chiedere di rifare da zero il processo («è come sostenere che un delitto è stato commesso a Parigi e scoprire poi che è successo a Londra»). E di fronte ai tanti “non ricordo” dell’imputata circa l’effettiva paternità (o meglio maternità) delle parole contestate, la difesa aveva incaricato un consulente per verificare se un post, quando viene condiviso, può essere in qualche modo manipolato e modificato.

Interrogativi spazzati via dal giudice Alessandra Testoni che ha ritenuto che in ogni caso quel post non fosse offensivo ma rappresentasse un giustificato diritto di critica. Ben diversa l’opinione della parte civile (costituita con l’avvocato Carlotta Occari), che si era sentita diffamata non solo per il fatto di vedere il proprio nome sbattuto su internet, ma anche per alcuni epiteti (arrogante, maleducata, ignorante) considerati lesivi della propria dignità. L’accusa aveva chiesto 1.500 euro di multa(a.m.)

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