«La ‘fabbrica’ di immigrati clandestini»
Ferrara centrale di smistamento per cinesi dal Nord Italia: 40 imputati, tra cui un’impiegata di prefettura e un’avvocatessa
Negli ultimi 4 anni Ferrara è diventata una centrale di smistamento per l’immigrazione irregolare di cittadini cinesi: da tutto il nord Italia chi voleva accelerare pratiche di ricongiungimento familiare (far arrivare mariti, mogli e figli in Italia) presentava pratiche alla prefettura di Ferrara, perchè qui - secondo l’accusa - una funzionaria dello sportello immigrazione, Simona Granatiero, favoriva queste pratiche, avallando certificati di residenza falsi nel Ferrarese. Mentre tre imprenditrici cinesi, ritenute le “mediatrici” di tutta l’organizzazione (tra cinesi e chi approvava le pratiche), offrivano un “pacchetto”, chiavi in mano per la pratica: oltre i documenti, anche la casa dove intestare la residenza, fittizia e temporanea, per regolarizzare e ospitare i familiari in arrivo e quindi - dopo - poter presentare le pratiche allo sportello con certificati di residenza, falsi.
Il prezzo per il “pacchetto” era in media di 7/8000 euro a prestazione, e dal calcolo eseguito nell’indagine, il giro di denaro sarebbe di oltre 150mila euro. Procura e Polizia - squadra mobile e Ufficio immigrazione - hanno impiegato 3 anni per chiarire posizioni e chiudere l’inchiesta nell’inchiesta chiamata “Chinese box”: 40 le persone imputate per reati che vanno dalla corruzione (la funzionaria della prefettura) al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e reati vari legati a questo reato, falso materiale commesso da pubblico ufficiale presentando documenti falsi per ottenere i permessi di soggiorno: i capi di imputazione contestati sono 39, e il vaglio delle accuse è fissato per il 19 settembre in tribunale, quando all’udienza preliminare davanti al gip, si discuterà la richiesta di rinvio a giudizio decisa dai pm Nicola Proto (che iniziò l’indagine) e Giuseppe Tittaferrante che l’ha conclusa. Tra i principali coinvolti la funzionaria della prefettura che avrebbe ottenuto soldi e facilità, tra queste un cellullare, e tutto questo per “pagare” il suo vizio del gioco spendendo 3/400 euro al giorno in slot machine; poi tra i tanti anche una avvocatessa di Ferrara, Silvia Baldassarre, accusata di concorso in favoreggiamento, avendo presentato diverse pratiche per conto dei cittadini cinesi residenti a Migliarino.
Nel conteggio degli imputatati vi sono anche un tunisino e un marocchino (con compiti di mediazione anche loro), mentre al vertice di tutto c’erano le tre imprenditrici cinesi: secondo quanto riferito dalla Polizia, le tre donne sono conosciute come “Li”, titolare di un ristorante cinese a Ferrara che aveva anche aperto una sorta di agenzia pratiche; “Kelly” che gestisce un ristorante a Porto Garibaldi e infine “Silvia”, che gestisce un bar nel centro città, chiuso nelle settimane scorse dalla polizia per problemi di ordine pubblico. Le tre con questa girandola di contatti e conoscenze, fornivano il “pacchetto” ai cinesi che lavorando già in Italia chiedevano di poter far venire i propri parenti nel nostro paese: da qui la necessità - e l’obbligo per legge - di aver una casa in cui fare abitare i familiari. Ecco allora che spuntavano le case per tutti, dove farli risiedere temporaneamente e falsamente: in città in via Foro Boario, Via Garibaldi, via Oroboni, via Comacchio, via Porta Catena, via 4 Novembre, e via Zandonai (affittate da cittadini ferraresi alle cinesi, ignari del loro utilizzo illegale). Mentre altre case si trovavano a Migliarino che si trovano in via Meucci, via Forti e via Travaglio. L’indagine è partita nel 2012, dalla denuncia di una filippina che diceva di essere stata truffata e che aveva pagato senza ottenere la pratica. Poi le indagini hanno appurato che non era vittima ma faceva parte lei stessa del giro. Le indagini si sono concentrate su oltre 200 persone, hanno visto intercettazioni per 7000 telefonate, con difficoltà nelle traduzioni visti i dialoghi in cinese. Tutto questo, per la prima volta verrà analizzato davanti al giudice terzo che dovrà valutare se rinviare a giudizio tutti i 40 imputati o no. I difensori, soprattutto dell’impiegata della prefettura che dell’avvocatessa, invitano alla cautela poichè spiegano «all’udienza preliminare siamo convinti di poter dimostrare la estraneità alle accuse contestate».
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