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tresigallo - il bimbo allontanato dai genitori

«Tutto è nato da una frase scritta in un tema»

di Annarita Bova
«Tutto è nato da una frase scritta in un tema»

TRESIGALLO. Più di cento persone hanno camminato in silenzio, fiaccole in mano, per tutta Tresigallo, dalle scuole medie fino alla casa di via De Gasperi, dove fino al 24 maggio abitava un bambino di...

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TRESIGALLO. Più di cento persone hanno camminato in silenzio, fiaccole in mano, per tutta Tresigallo, dalle scuole medie fino alla casa di via De Gasperi, dove fino al 24 maggio abitava un bambino di 11 anni. Da quel giorno il ragazzino è stato trasferito in una casa famiglia ed affidato ai servizi sociali. Genitori, parenti e amici non si danno pace e ieri, in occasione del suo compleanno, hanno organizzato una massiccia manifestazione.

Sul cancello di casa, qualche applauso e diversi abbracci ai genitori che si lasciano andare in un lungo sfogo. In casa, tutto è rimasto come quel giorno di maggio, con il lettino fatto, i libri e i giochi dell’undicenne. In braccio alla donna, una bambina di circa un anno e per casa libero un piccolo pappagallo. «Non riesco a darmi pace - racconta la mamma - Tutto è nato da un tema, da qualcosa che mio figlio ha scritto a scuola». La traccia, tipica delle medie, chiedeva di illustrare i tre desideri da affidare al Genio della lampada di Aladino. «Il mio ragazzo ha scritto cose normalissime alle prime due, e poi ha aggiunto come terzo desiderio quello di non essere picchiato e rimproverato da me - continua tra le lacrime - Ma io ho capito il senso. Mio marito, per esempio, non ha mai alzato le mani in vita sua, mai. Io invece qualche volta l’ho fatto, ma come fanno tutte le mamme. Sgrido e rimprovero il bambino come farebbero tutte le mamme del mondo, non penso sinceramente di essere violenta, anzi non lo sono affatto». Il marito ascolta, si copre la faccia, è incredulo. «La maestra ha visto in quelle frasi qualcosa di strano ed ha quindi segnalato la cosa alla preside ed evidentemente la scuola ha deciso di rivolgersi ai servizi sociali». Un lungo percorso che ha portato «a prendere il nostro ragazzo e a metterlo in un istituto, in una casa protetta, non sappiamo nemmeno noi dove si trova - aggiunge la donna - e non lo sapremo finché questa storia sarà finita». Lacrime, disperazione, voglia di capire. «Il bimbo è uno che vola molto con la fantasia. Lui parla, racconta, scrive di tutto. È stato interpretato male, forse la cosa è stata ingigantita. Non so. Non riesco a darmi pace, non riesco a capire perché adesso lui non è qui con noi». La donna si siede, non riesce ad andare avanti. «Non ce la facciamo più - aggiunge il papà - per fortuna qui in paese ci aiutano tutti, ci stanno vicino. Ma se davvero fossimo genitori non adatti, tutte queste persone se ne sarebbero forse accorte, o no? Perché ci hanno portato via il nostro bambino? Perché?».

Intanto la casa è un via vai continuo di gente. Abbracci, mani che si stringono, bambini che si mettono a giocare nella camera dell’undicenne e si fermano a guardare le sue foto appese ovunque. «Quando tutto questo sarà finito faremo una grande festa - aggiunge la nonna, anche lei presente in casa - perché mio nipote deve tornare nella sua casa, con i suoi genitori e i suoi amici. Non può stare meglio altrove e sua mamma lo ama profondamente. Riusciremo, riusciremo davvero a dimostrare che si stanno sbagliando, che tutto quello che sta succedendo è solo un tremendo incubo».

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