I cinesi confessano, pagavano per gli atti falsi
Sarà scontro all’udienza tra accusa e difese. Le prove nelle intercettazioni e nei computer
FERRARA. Il processo è fissato al 19 settembre quando gli avvocati dei 40 imputati dovranno confrontarsi con il giudice Silvia marini e il pm Giuseppe Tittaferrante che ha chiesto il rinvio a giudizio per il caso della “fabbrica di immigrati cinesi” regolarizzati in modo falsificato a Ferrara. Le difese promettono alla vigilia una aspra battaglia giudiziaria attaccando a tutto campo indagini e risultati. Indagini che vertono non solo sulla denuncia di una filippina, che avrebbe dato il via all’indagine, anche per interessi personali visto che era coinvolta nel giro, era pagata per le mediazioni ed è stata anche indagata per calunnia e poi archiviata.
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Indagini che trovano riscontri nei computer della addetta della prefettura Simona Granatiero e nelle intercettazioni telefoniche: alcune, le più evidenti - secondo l’accusa - che forniscono la prova, sono tra la addetta della prefettura e l’avvocatessa coinvolta, Silvia Baldassarre. E non solo: agli atti vi sono in modo netto le confessioni dei cinesi sui pagamenti per avere certificati falsi e regolarizzare le proprie famiglie e ottenere il ricongiungimento. Secondo l’accusa a tirare le fila di tutto tre imprenditrici cinesi: Xia Lihong, detta Li, titolare del ristorante di via Garibaldi in città e di una agenzia pratiche (tra gli imputati con le maggiori accuse), Xiang Aimei, detta Ketty del ristorante di Porto Garibaldi e Xia Xinwei, detta Silvia, che gestisce il bar Novecento, già chiuso per motivi di ordine pubblico.
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