Minori allontanti dalle famiglie, quando l'inferno è in casa: oltre cento piccoli portati via
L'INCHIESTA DELLA NUOVA: In provincia quasi 4mila bimbi sono seguiti dai servizi sociali. Decine hanno subito violenza.
Barbato (Ufficio minori): genitori non sempre consapevoli di aver superato un limite
FERRARA. Picchiati o maltrattati, talvolta ostaggi, ma forse sarebbe meglio definirli più semplicemente vittime di genitori che li usano, l’uno contro l’altro “armato”. Più di rado il girone dell’inferno sprofonda fino alla violenza sessuale, che pure non manca in queste storie nella maggior parte dei casi vissute e subìte lontano dai riflettori della cronaca.
A Ferrara e negli altri 23 comuni del territorio i servizi sociali hanno in carico un numero di bambini e di adolescenti che, tutti insieme, fanno la popolazione di un piccolo comune: sono 3.728, circa l’8% dei minorenni residenti. Tutte storie diverse e al contempo nelle linee generali anche simili, che richiedono delicatezza, competenze e attenzione speciali.
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Se si sbaglia, a rimetterci è una famiglia che viene colpita negli affetti più intimi: ogni decisione può lasciare un segno indelebile soprattutto perché dietro a queste storie c’è un minore che è il “bene” più importante da tutelare e proteggere. In provincia 110 bambini risultano allontanati da casa (dato 2014) tra cui 29 stranieri non accompagnati (2.3 per mille minori residenti; il dato regionale è dell’1.6). Un’altra ottantina di giovanissimi risultano presi in carico per sospetto maltrattamento o abuso, o per grave trascuratezza.
Al di là delle motivazioni che hanno innescato l’intervento dei servizi preposti non si possono non ravvisare i contorni di un grave fenomeno sociale che in tutta Italia - indagine condotta da Terre des Hommes e Cismai per conto dell’Autorità garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza nel 2015 - conta 91mila minorenni maltrattati seguiti dai servizi sociali.
L’Ufficio minori della questura di Ferrara è uno dei passaggi obbligati per molti dei casi segnalati, che possono partire da un esposto o da un semplice verbale e spesso finiscono davanti al giudice dei minori. Ad indicare una situazione sospetta possono essere le fonti più svariate, racconta Mario Barbato, dirigente della Divisione Anticrimine da cui dipende l’Ufficio minori della polizia di Stato. «Il primo passo può farlo la scuola, come un familiare o un vicino, la volante che ha eseguito un intervento su un caso non chiaro, i servizi sociali, oppure l’ospedale - precisa Barbato - poi si attiva la collaborazione con i vari uffici interessati, dalla procura ai servizi sociali, e con le figure professionali, come gli psicologi, abilitate a trattare situazioni che richiedono competenze specifiche utili per cercare di dipanare situazioni anche molto complesse da decifrare».
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Il caso più tipico è il bambino o ragazzo che assiste alle liti rovinose dei genitori in famiglia o che in seguito alla loro separazione subisce i maltrattamenti più svariati: viene trascurato o subisce violenza psicologica perché ad esempio uno dei coniugi non rispetta la condizioni per la gestione “coordinata” del piccolo. Non è facile, per chi deve poi redigere un’informativa da trasmettere al magistrato, districarsi in un labirinto di reazioni (dall’atteggiamento offeso a quello scaltro o ostile) che possono essere anche frutto di una mancanza di consapevolezza.
«Può accadere che il genitore pensi di aver fatto la cosa giusta e che si trovi completamente spiazzato quando sull’atto che ha compiuto si allunga l’ombra del reato - sottolinea Barbato - come può accadere che il minore o la fonte che ha segnalato il caso abbia travisato la situazione. Il minore può riferire fatti che non sono avvenuti perché ritiene di aver subìto un torto o semplicemente non ha trovato altro modo per contenere uno stato d’animo come la gelosia. E non esistono differenze fra famiglie italiane e straniere».
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Molto raramente, ma può succedere conferma il dirigente, possono essere gli stessi minori a muoversi di loro iniziativa: «Ricordo un caso di tre fratelli che fecero un esposto. La più grande dei tre era quasi maggiorenne e aveva deciso di caricarsi di questa grande responsabilità». (gi.ca.)
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