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Ferrara, servizi e qualità della vita: qui investiamo sul web

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Cinque ‘artigiani’ hi-tech: ma credito e cultura digitale sono limitati

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FERRARA. Cinque “artigiani” del web seduti allo stesso tavolo non è cosa di tutti i giorni, almeno a Ferrara. È successo nella redazione della Nuova dove Isacco Occhiali (Logikamente), Miriam Surro (MiDo), Roberto Meschini (Tryeco 2.0), Bruno Faccini (It Estense) e Emanuele Borasio (weAr), oltre a raccontare i loro esordi e le radici dei loro business, hanno traslato la loro esperienza d’innovatori sulla realtà nella quale hanno scelto di operare, mettendone così in evidenza potenzialità e limiti, e focalizzandosi sui possibili sviluppi anche del nuovo modo di concepire i rapporti di lavoro.

Alcuni di voi sono nati e cresciuti qui, altri vi sono approdati dopo anni d’attività. Quali, in ogni caso, le ragioni di questa scelta?

Borasio. A Ferrara noi continuiamo a produrre il software, poi andiamo in giro per i clienti. Questa è una città ‘facile’ dal punto di vista degli spostamenti (basti pensare che per passare da un quartiere all’altro di Tokio serve un’ora), ci sono servizi accessibili, si può parlare con le istituzioni e con le associazioni con grande facilità. È chiaro che dev’essere inserita in un ecosistema di business più ampio.

Surro. Noi siamo di origine lucana, l’idea di spostarci in queste zone è dovuta alla opportunità di essere più centrali rispetto ai clienti. Dovevamo andare a Bologna, che però, ci siamo subito accorti, ha tutti i difetti del piccolo centro e della grande città, ed è costosa. Amici ci hanno parlato di Ferrara e in effetti qui ci troviamo bene.

Meschini. Sono romagnolo e apprezzo la qualità della vita che qui è alta. Il ritmo di Ferrara è più lento, quando si finisce una lunga giornata di lavoro si ha voglia di passare una serata tranquilli, senza lo stress del traffico. Poi ci sono i bandi pubblici, come quelli della Camera di commercio con i quali quest’anno andremo a Dubai. Fare impresa in Italia resta un delirio, anzitutto per la burocrazia.

Faccini. In effetti è difficile spiegare cosa aziende come la nostra possono fare, visto che non sono prodotti “fisici”.

Ci sono facilitazioni e ostacoli, dunque. Parliamo anche di questi ultimi.

Ócchiali. Ferrara è una piccola realtà e questo si vede nel difficile accesso al credito. Per un anno noi non siamo riusciti ad avere finanziamenti. I bandi pubblici ci sono, è vero, ma non sono di facile accesso, quando poi non ti chiedono una garanzia finanziaria: se un’azienda si rivolge ad uno strumento come quello, è perché appunto la garanzia non ce l’ha... Manca poi la cultura dell’innovazione tra le aziende, che tendono a muoversi in questa direzione solo quando perdono soldi.

Surro. Sui bandi in generale posso dire che finanziano “cose” fisicamente tangibili, magari un macchinario, e spesso in ritardo. A noi è capitato di dover rinunciare ad un finanziamento da 80mila euro per un brevetto, una delle 1.000 imprese che l’avevano ottenuto su 10mila domande, perché la comunicazione è arrivata dopo molto tempo e avevamo già messo in vendita quel prodotto.

Qual è la vostra consistenza dal punto di vista occupazionale? Che tipo di rapporti di lavoro s’instaurano in aziende come le vostre?

Meschini. In Tryeco siamo in quattro soci, due di capitale e due di lavoro, più un dipendente fisso e una partita Iva. Sì, abbiamo fatto la “pazzia” di assumere una persona a tempo indeterminato, in una realtà come la nostra è un rapporto così profondo che va oltre il matrimonio con tanto di clausole... Teniamo presente che altrove, in Germania ad esempio, l’industria 4.0 è già una realtà e la flessibilità è la caratteristica della nuova fabbrica.

Surro. Noi siamo due soci senza stipendio, in quest’azienda ci stiamo mettendo i nostri capitali e gli anni migliori. Gli orari che facciamo non li diciamo neppure. Però i nostri sette fornitori della zona, che producono sulla base delle nostre esigenze, danno lavoro a quindici persone.

Occhiali. Noi abbiamo invece scelto di affiancare due dipendenti ai soci, poi utilizziamo l’alternanza scuola-lavoro e i contratti a progetto.

Borasio. È un tema delicato, perché la tecnologia, già oggi e nei prossimi anni, toglierà posti di lavoro. Ci sono aziende manifatturiere asiatiche che impiegano già robot per il 60% della forza lavoro, e realtà come Uber s’imporranno sempre di più. In aziende come le nostre c’è però un’attenzione nei confronti del persone che non si trova altrove, sono d’accordo: il collaboratore noi lo “sposiamo”. Chiediamo di lavorare di notte perché così è richiesto dai clienti, e nessuno eccepisce. E teniamo conto che certi clienti pagano a 120 giorni.

Faccini. Noi siamo invece tutti soci-titolari, abbiamo una struttura piccola ma flessibile. La logica nella quale lavoriamo è la rete, cerchiamo la collaborazione e l’aiuto di altre realtà del territorio quando c’è bisogno.

Avete però accennato a difficoltà a farvi “capire” e apprezzare, almeno inizialmente, non solo in banca, ma anche tra i potenziali clienti e collaboratori. È una caratteristica del contesto locale, nazionale o altro?

Meschini. Altrove, intendo fuori dall’Italia, si osa di più, qui se hai alle spalle un fallimento e magari lavori in settori come il nostro, ti guardano doppiamente male in banca e sono dolori. È vero, però, non è solo un problema di credito. Ricordo il caso di un’azienda che ha prima lasciato cadere una nostra proposta, e solo dopo tre anni ci ha ricontattati per chiederci un progetto. Se in quel periodo di tempo avesse applicato le soluzioni da noi proposte, avrebbe risparmiato un bel po’.

Surro. All’inizio è stato difficile soprattutto per i capitali, perché noi abbiamo prodotti che costano e senza capitali non riesci a svilupparli. Per fortuna c’è la stampa in 3D e realtà aumentate, così siamo riusciti a metterci in moto. Ricordo, comunque, che per risparmiare al massimo, all’inizio andavo nei capannoni di un’azienda per saldare e assemblare, quando la loro attività era ferma. Quindi andavo là nei giorni di Natale, Capodanno e Ferragosto. All’inizio era così.

Stefano Ciervo

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