La Nuova Ferrara

Ferrara

Dare un nome a 700 profughi annegati

Dare un nome a 700 profughi annegati

Il 18 aprile 2015 un barcone affondò tra Libia e Sicilia. Un’equipe di Unife partecipa all’identificazione delle vittime

2 MINUTI DI LETTURA





Restituire un nome a chi lo ha visto precipitare in mare, consolare per quanto possibile i familiari che ancora piangono a causa di quella maledetta notte. È il 18 aprile 2015 quando un peschereccio partito dalla Libia pieno di migranti affonda nel canale di Sicilia: 28 superstiti salvati, 58 vittime accertate e almeno 700 dispersi presunti. Tutti morti nella stiva dell'imbarcazione che pochi giorni fa, grazie a un'operazione umanitaria, è stata fatta riemergere. Ora la fase è quella dell'identificazione di quei poveri corpi, cui partecipa anche l'Istituto di Medicina legale dell'Università di Ferrara diretto da Francesco Maria Avato.

«Alla base c'è un protocollo tra Ministero dell'Interno, Commissariato delle persone scomparse e Conferenza dei rettori - spiega Rosa Maria Gaudio, docente che coordina la missione assieme alla collega Rossana Cecchi -. Noi abbiamo aderito a un'avventura a scopo umanitario e sociale che è a tutti gli effetti un'occasione unica e irripetibile. Si parte domenica prossima e torneremo dopo una settimana».

La meta è Melilli, in provincia di Siracusa, dove in un hangar della Marina militare sono state radunate le prime 200 salme recuperate dai vigili del fuoco. Lì lavoreranno sette giovani medici in formazione dell'ateneo estense (Erica Bacchio, Chiara Palazzo, Simone Onti, Paolo Frisoni, Raffaella Inglese, Enrica Calabrese e Letizia Alfieri, seguiti dal docente Antonio Banchini dell'Università di Parma) di concerto con altri specialisti del riconoscimento di cadaveri che si alterneranno durante questo periodo.

«Studieremo elementi antropologici e genetici, isolando frammenti di ossa da cui verrà estratto il Dna di ognuno per poi verificarne la rispondenza con quello dei parenti che reclamano i loro morti. E non tralasceremo di analizzare i vestiti che i migranti portavano addosso», dice la professoressa Gaudio.

Nel capannone l'attività sarà frenetica, su quattro grandi tavoli ciascuno dei quali presidiati da cinque medici. Dal punto di vista fisico e psicologico una prova tutt'altro che semplice ed ecco perché "non si può andare oltre la settimana, sarebbe insostenibile", racconta la specialista in patologia forense.

La missione sarà interamente autofinanziata dai partecipanti, particolare che sta creando non pochi malumori tra i medici già impegnati sul posto. La pattuglia ferrarese dovrà accollarsi le spese di vitto e alloggio in albergo, persino il volo aereo su cui si salirà con il materiale occorrente (guanti, bisturi, sega elettrica) portato "da casa". Si conta almeno su un rimborso spese da parte di Unife. Lo spirito è di pieno volontariato, con l'obiettivo di ridare dignità a chi l'ha persa, assieme alla propria vita, tra le onde del Mediterraneo.

Fabio Terminali

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google