Crac Carife fa boom Sono 21 gli indagati anche quattro banche
Perquisizioni in tutta Italia, e i capi d’accusa diventano 16 Lenzi e Forin: aggiotaggio per note stampa con notizie false
L’inchiesta è quasi finita ma non è conclusa e quello che va in scena in questi giorni è solo l’ultimo passaggio tecnico della prima inchiesta sul crac Carife, poi si vedrà. Un’inchiesta che fa boom, perchè cresce il numero degli indagati, da 17 a 21 e crescono i capi d’accusa. Nell’atto notificato nella giornata di ieri sono 9 i capi di imputazione penali (riconducibli comunque alle ipotesi di aggiotaggio, falsi in prospetto, ostacolo alla vigilanza e concorso in bancarotta) divisi tra i 21 indagati, mentre sono 7 gli altri capi d’accusa, per reati amministrativi, il tutto spalmato in un documento di 36 pagine firmato dai due pm Stefano Longhi e Barbara Cavallo, che porta il visto del procuratore capo Bruno Cherchi. Un atto che indica, quantomeno, il “peso” dell’inchiesta, la mole delle indagini e dei riscontri cercati e trovati. Ma prove e reati adesso, però, sono da verificare con i 21 indagati, con le loro difese.
Via agli interrogatori. Perchè dalla settimana prossima partono gli interrogatori, il confronto tra l’accusa che ha scoperto le proprie carte con gli atti notificati in questi giorni e gli avvocati che preparono le strategie per replicare. Un’inchiesta che fa boom perchè ai 17 primi indagati di questi giorni se ne aggiungono altri 4, i nomi dei dirigenti delle banche che avevano partecipato all’aumento di capitale di Carife, con quasi 23 milioni di euro, ma secondo gli inquirenti solo fittiziamente «con scambi di azioni tra Carife e questi istituti in operazioni non corrette», spiega lapidario il procuratore Bruno Cherchi facendo il punto dell’inchiesta (vedi pagine seguenti). Operazioni vietate dalle norme del codice civile, che sono diventate il nuovo capo di imputazione di bancarotta fraudolenta patrimoniale, perchè Carife è poi fallita.
Coinvolta anche Carife Sei. Perché in realtà i soldi che Carife incassò dalle banche “amiche”, furono stornati e fatti tornare indietro tramite la triangolazione di Carife Sei: i soldi c’erano solo sulla carta, nel patrimonio, virtuali, in pratica non esistevano. I nuovi decreti di perquisizioni e avvisi di garanzia sono stati notificati ai legali rappresentanti delle 4 banche coinvolte: Ezio Soardi della Banca Valsabbina di Brescia; Germano Lucchi della Cassa Risparmio Cesena; Marco Jacobini di Banca Popolare Bari e Lorenzo Pelizzo della Banca Popolare di Cividale: a loro vengono contestati solo i reati di concorso in aggiotaggio e bancarotta.
Reati condivisi. Reati condivisi in parte con gli altri 17 indagati, avvisati nei giorni scorsi, che a vario titolo si dividono i reati di aggiotaggio, falsi in prospetto, ostacolo alla vigilanza e appunto il concorso in bancarotta. Ricordiamo che sono i massimi vertici di Carife, epoca 2011, l'ex presidente Sergio Lenzi e l'ex direttore generale Daniele Forin; poi il responsabile direzione bilancio Davide Filippini e il dirigente società di revisione Deloitte & Touche. A seguire membri cda e sindaci (2011), Ennio Manuzzi, Giuseppe Vancini, Simonetta Talmelli, Massimo Marchetti, Paolo Govoni, Riccardo Fava, Antonio Bondesani, Mario Guidi, Teodorico Nanni, Marco Berti, Stefano Leardini, Andrea Malfaccini e infine Marco Massellani. Tutti legati - secondo l’accusa - dalle omissioni nei prospetti informativi (il falso in prospetto). Omissioni che si ripetono e si riassumono nella contestazione di aver «occultato ai potenziali investitori informazioni rilevanti per la corretta valutazione del rischio» e ancora di «aver fornito loro informazioni false e fuorvianti occultando gli effetti sulle previsioni formulate per gli anni 2011-2014 derivanti dai dati reali di bilancio».
Colpa dei comunicati. L’accusa viene articolata con tanti tecnicismi, ma una è d’impatto: Lenzi e Forin sono accusati di aggiotaggio per aver dato notizie non vere nei comunicati stampa di Carife: la diffusione di notizie false era concretamente idonea a condizionare di fatto la vendita delle azioni, perchè -secondo l’accusa - venivano omesse le reali finalità dell’aumento di capitale nascondendo a chi avesse letto «la grave difficoltà finanziaria e patrimoniale di Carife».
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