Ex commissari e periti Accuse su basi tecniche
I due filoni di accusa nei confronti degli ex amministratori Carife per l’aumento di capitale 2011 sono basati per gli interscambi azionari tra banche, sul complesso delle relazioni Bankitalia,...
I due filoni di accusa nei confronti degli ex amministratori Carife per l’aumento di capitale 2011 sono basati per gli interscambi azionari tra banche, sul complesso delle relazioni Bankitalia, supportati da un’informativa della Guardia di Finanza; e per le omissioni che hanno inciso sul prezzo di emissione, sulla perizia del professor Giuliano Iannotta. A proposito del primo filone va spiegato un particolare: i rilievi contenuti già nella relazione degli ispettori Bankitalia pre-commissariamento, e che erano stati considerati allora non penalmente rilevanti (dichiarazioni dell’ex commissario Bruno Inzitari al momento dell’insediamento), sono diventate ipotesi di reati oggi perché nel frattempo la dichiarazione d’insolvenza ha aperto le porte ad una rivisitazione in chiave penale di tutti i passaggi ritenuti rilevanti per il dissesto. Si tratta, nel concreto, della sottoscrizione di 22,8 milioni dei 150 dell’aumento di capitale, da parte delle quattro banche ora sotto inchiesta (Valsabbina, Caricesena, Popcividale e Popbari), «a fronte dei quali il Gruppo Carife, pressoché contestualmente, ha acquisito quote azionarie per un importo toale di 21,1 milioni, peraltro non giustificate da accordi di collaborazione, nonché obbligazioni o prestiti subordinati per complessivi 19,8 milioni (della Cesena e della Cividale)» si legge nella relazione Bankitalia. Non solo, si parla anche d’interscambi con privati, «acquisti di azioni da parte di clientela a cui erano state appena ampliate le linee di credito, come Tomasi Gianfranco e Tomasi Ted (per complessivi 5 milioni il 2 agosto 2011), Diegaro srl (il 25 novembre per 1 milione)...omissis». Non risultano provvedimenti nei confronti di questi privati. Con le operazioni sulle quattro banche, dunque, entrano soldi da una parte e ne escono dall’altra: se questo avviene sotto forma di «una reciproca sottoscrizione di un aumento di capitale» si legge nell’informativa della Finanza dell’8 giugno 2016, «darà luogo ad un incremento del capitale nominale delle due società senza un corrispettivo aumento reale dello stesso». Il tutto viene ribadito nella relazione depositata in tribunale dal commissario liquidatore Antonio Blandini, ex commissario, il 25 marzo 2016, basata a sua volta sul parere del professor Massimo Fabiani ai tempi dell’azione di responsabilità nei confronti dei 31 ex amministratori: «L’aumento di capitale ha comportato solo fittiziamente un aumento delle risorse - scriveva già nel 2014 Fabiani - visto che per una quota considerevole, 22,8%, (un errore materiale, ndr), è stato sottoscritto da banche di cui Carife ha poi acquisito quote azionarie, e in parte da clienti privati cui erano stati da poco ampliati gli affidamenti. Quindi, di fatto, Carife ha finanziato il proprio aumento di capitale».
Blandini aggiunge il particolare che ipotizza l’omissione o l’alterazione delle informazioni fornite a Bankitalia: «Contrariamente alla documentazione esibita in tal senso alla Banca d’Italia, e nonostante la sussistenza di precisi impegni e disponibilità sottoscritti sia dalla Fondazione Carife (mai emersi finora, ndr) controllante, sia da altri soggetti autorevolissimi operanti sul mercato finanziario, l’andamento concreto della sottoscrizione è stato totalmente diverso». Cioè tutto o quasi alla clientela retail, a parte le 4 banche.
Ma la Procura ipotizza un inganno anche nei confronti del mercato, cioè dei vecchi e nuovi piccoli azionisti. «Vi sono fondate ragioni per ritenere che i contenuti del prospetto informativo siano idonei ad alterare la percezione dei potenziali investitori circa il rischio dell’emittente e la congruità del prezzo di sottoscrizione delle azioni stesse» scrive il perito dell’accusa. Bankitalia, infatti, reputava «le prospettive di Carife altamente incerte e dunque facilmente prevedibile la necessità di ulteriori iniezioni di capitale. Ciò pare in contrasto con la “sostanziale tranquillità” espressa nel prospetto informativo» incalza Iannotta. Inoltre, le previsioni del prospetto sui livelli di patrimonializzazione e quindi lo stesso prezzo di sottoscrizione a 21 euro, «sono basate sul piano industriale approvato dal Cda il 30 novembre 2010», prima cioè dei risultati di bilancio 2010. Ma al momento della pubblicazione, scrive il perito, i dati erano noti da tempo, e indicavano una perdita «significativamente maggiore», il Tier 1 e il patrimonio netto erano quindi inferiori al previsto, con conseguente impatto anche sul prezzo delle azioni. «Nonostante ciò - conclude il perito - nè le previsioni sul livello di patrimonializzazione, nè il prezzo di emissione subiscono alcun aggiustamento. Inoltre nel prospetto informativo la differenza tra risultati previsti e quelli effettivamente realizzati non è nemmeno menzionata».
Stefano Ciervo
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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