«L’aumento di capitale non fu spiegato in maniera corretta»
Il procuratore Cherchi fa il punto: «Sentiremo tutti gli indagati per capire le loro posizioni» Le perquisizioni per trovare prove sullo “scambio” tra banche, per cui è contestato il crac
Potevano chiudere tutto e subito, senza inviare a pioggia gli avvisi di garanzia di questi giorni. Procura e Finanza potevano chiudere l’indagine sull’aumento di capitale, chiedendo già il giudizio, come accaduto spesso in tanti altri processi, ma non è successo in questo caso: «Prima di prendere decisioni, seppure gli interrogatori non fossero un atto dovuto , sentiremo tutti gli indagati per dar loro la possibiltà di spiegare le loro posizioni, affinchè una persona non si trovi rinviata a giudizio senza mai esser stato ascoltato».
Parole calibrate. Calibra le parole il procuratore capo Bruno Cherchi, lo fa per sottolineare serietà e determinazione di chi ha lavorato e sta lavorando (i due pm Cavallo e Longhi, e i “tecnici” della tributaria della Finanza) all’inchiesta sull’aumento di capitale Carife, messo in discussione dagli inquirenti indagando 21 persone, perquisendo 5 banche (Carife, Banca Popolare di Cividale, Banca Popolare di Bari, Banca Popolare di Valsabbina e Cassa di risparmio di Cesena) e Carife Sei (la consociata Carife, usata come società intermedia per le operazioni tra banche), e alla fine indicando tra le tante accuse che la raccolta di 150 mila euro per riempire le casse di Carife, ormai vuote, venne fatta in modo irregolare, aggirando norme e raggirando i futuri azionisti.
Interrogatori non dovuti. Gli interrogatori dei 21 indagati sono l’ultimo atto dell’inchiesta, poi la procura dovrà selezionare risposte (e non risposte, di chi non vorrà farsi interrogare) e a questo punto spiega Cherchi «saremo disponibili anche a cambiare idea». Lui stesso il procuratore capo che ha fatto del riserbo investigativo un dovere della procura, spiega che era necessario, incontrando i giornalisti ieri mattina, spiegare «i punti fermi» dell’indagine. Con al suo fianco il colonnello Sergio Lancerin, che ha coordinato gli ispettori della finanza nelle indagini, spiega, traducendo in volgare su richiesta dei cronisti, che «il grosso problema è che l’aumento di capitale non è stato spiegato agli investitori, chi doveva aderire alla proposta d’acquisto delle azioni in maniera corretta».
Sequestri informatici. Un fatto su tutti è quello su cui si sono concentrati, procura e finanza, nei giorni scorsi, facendo scattare perquisizioni in mezza Italia, nelle 4 banche che parteciparono all’aumento di capitale: «Perquisizioni decise per acquisire informazioni sullo scambio che vi fu tra Carife e questi istituti - spiega ancora -. Si tratta di operazioni non corrette, vietate dalle norme del codice civile per le quali ora è contestata anche la bancarotta fraudolenta patrimoniale». Le perquisizioni sono scattate usando «tecnici specializzati in sequestri informatici che sono in corso di svolgimento (nel pomeriggio di ieri, ndr)». Perchè i computer delle 4 banche potrebbe anche parlare, più di tanti interrogatori.
Avanti anche altri filoni. E tutte le altre inchieste sul crac Carife? Cherchi garantisce che i vari filoni aperti, di cui al momento non si stanno occupando perchè concentrati sulla chiusura dell’aumento di capitale, «verranno portati avanti tutti e bene, e con tempi umani». Ma nel fare il punto sul crac si sofferma sull’impegno notevole di procura e finanza «visti mezzi e numeri dell’ufficio con due magistrati che si occupano quasi (lo sottolinea, ndr) prevalentemente di Carife». Non lo dice ma fa capire che alla procura servono rinforzi: il pm che aveva seguito Carife, Nicola Proto, da aprile è a Bologna mentre il pm Di Benedetto è distaccato per un anno e mezzo a Roma. A settembre, però, arriverà (già nominata) un nuovo pm, Isabella Cavallari da Ravenna. Ci sarà tanto da fare, anche per lei, sulle nuove inchieste del crac Carife.
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