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inchiesta sull'aumento di capitale

Carife, i documenti mai presentati al Cda

Carife, i documenti mai presentati al Cda

Secondo la Procura i consiglieri non sapevano dei rischi delle incorporazioni. La Fondazione promise l’arrivo di nuovi investitori ma le ricerche fallirono

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Nell’inchiesta sull’aumento di capitale “fasullo” e ingannevole di Carife, stando naturalmente alle accuse della Procura, tutti gli ex amministratori ferraresi coinvolti sono citati per ogni capo d’imputazione, con due eccezioni. Le accuse relative ai comunicati stampa che contenevano «false notizie idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo» delle azioni offerte, sono rivolte a chi li aveva pubblicati, cioè l’ex presidente Sergio Lenzi e l’ex direttore Daniele Forin. Ma c’è un capo d’imputazione che isola la posizione di Lenzi, Forin e del responsabile della direzione bilancio, Davide Filippini, contrapponendola a quella degli altri ex amministratori, ai quali sarebbero stati sottoposti documenti diversi da quelli distribuiti a Bankitalia. Un’accusa, quest’ultima, che potrebbe aprire una faglia nel fronte finora compatto degli indagati, e dei mondi ai quali fanno riferimento. Si tratta del capo 5 nel quale si ricostruiscono gli atti precedenti all’aumento di capitale: Bankitalia aveva sollecitato con tre comunicazioni (25 giugno e 20 ottobre 2010, e 29 aprile 2011), la banca a ripatrimonializzarsi varando un aumento di capitale «almeno pari a 150 milioni di euro», e i tre nel mettere a punto il nuovo Piano industriale 2011-14 «ostacolavano consapevolmente le funzioni di controllo, esponendo fatti materiali non corrispondenti al vero». In particolare, è l’accusa della Procura, trasmisero a Banca d’Italia una versione del Piano industriale «che non era stata sottoposta al Consiglio d’amministrazione», riferendo che il documento prodotto dalla società di consulenza Boston consulting era stato approvato il 30 novembre 2010 dallo stesso Cda. Invece nella versione conosciuta dagli altri consiglieri, mancavano diciotto schede della Boston consulting, con una serie d’informazioni considerate importanti dalla Procura.

Una di queste schede mancanti riguarda il mancato calcolo dell’effetto di goodwill impairment per la fusione delle piccole banche del gruppo all’interno della capogruppo, che «potrebbe peggiorare il risultato simulato negli anni in cui si dovrebbe manifestare». Si tratta dello stesso elemento «potenzialmente negativo» per i futuri conti Carife che avrebbe dovuto essere inserito tra le informazioni fornite agli investitori, per consentire loro un’equilibrata valutazione del rischio. Stando al capo 5, queste informazioni non erano state fornite neanche agli altri amministratori.

C’è poi una questione a corollario dei rilievi del liquidatore Antonio Blandini, e riguarda il ruolo della Fondazione nell’aumento di capitale. Non poca sorpresa ha suscitato negli ambienti di Palazzo Crema il riferimento a «precisi impegni e disponibilità sottoscritti» dalla Fondazione, per far comprare consistenti quote dei 150 milioni di euro a investitori istituzionali, piuttosto che ai piccoli azionisti ai quali sono poi finite. Si ricorda infatti che la Fondazione in prima persona non aveva alcuna disponibilità liquida, e le dichiarazioni pubbliche sull’impossibilità di sottoscrivere l’aumento di capitale erano state all’epoca numerose. Quanto alla caccia ad altre istituzioni finanziarie disposte a mettere soldi in Carife senza comandare, nell’ottobre 2010 l’allora presidente Piero Puglioli rese noto di aver dato mandato all’advisor Vitale e associati di «valutare ogni ipotesi. La ricerca di un partner? C’è questa possibilità». Sta di fatto che questa operazione non andò mai a buon fine, viste anche la crisi finanziaria incombente, quindi non si capisce quali «impegni» possa aver sottoscritto la Fondazione qualche mese dopo.

Stefano Ciervo

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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