La Nuova Ferrara

Ferrara

LA DOMENICA

Un'inchiesta che mina la diversità di Ferrara

Un'inchiesta che mina la diversità di Ferrara

L'editoriale del direttore Luca Traini sull'inchiesta per il crac Carife  

2 MINUTI DI LETTURA





FERRARA. Se le notizie di questi giorni non avessero una portata penale, e non vi fossero dunque equivoci in agguato, diremmo che Ferrara perde la sua innocenza. La vulgata di una Bankitalia matrigna che indica e guida il percorso di risanamento per poi mollare Carife a metà del guado, lasciandola annegare, perde fiato di fronte ai risultati dell'inchiesta di Procura e Finanza.

L'aumento di capitale che drenò decine e decine di milioni di euro al tessuto produttivo del territorio e alle famiglie, con la sottoscrizione di quote destinate ad essere azzerate, fu consapevole fumo negli occhi: questo dicono gli inquirenti - accusa che dovrà essere sostanziata e comprovata, ovvio - partendo dalla considerazione che nel 2011 i conti dell'istituto erano peggiori di quanto presentato.

Come consumati giocatori di poker, i vertici avrebbero rilanciato per non scoprire il bluff. Sulla pelle dei risparmiatori e degli investitori, e appoggiati da altri quattro istituti di credito legati a Ferrara da partite di giro e acquisizioni incrociate, chiaramente iscritte a bilancio ma sulle cui reali finalità la Finanza nutre più di un dubbio. Quattro, tra cui la Cassa di risparmio di Cesena, il cui recente salvataggio (in realtà un via libera) ha calamitato le ire degli azzerati nostrani. La Carife ce la stava facendo, aveva una propria specificità rispetto alle altre tre banche a cui è unita dalla liquidazione di novembre, abbiamo ripetuto un po' tutti in questi mesi.

L'inchiesta mina anche questa certezza; a leggere gli atti notificati si ha tutt'altra impressione. I conti di Carife erano messi davvero male, dicono i consulenti e gli esperti a cui si è affidata la Finanza, ma i vertici esecutivi lo nascosero barando con i clienti a cui fu proposta la sottoscrizione di nuove azioni, con la Consob e forse con Bankitalia, che pure i conti avrebbe dovuto conoscerli, e persino in alcune comunicazioni interne. Non è più poker, è peggio.

Qui l'accusa racconta un gioco delle tre carte: informative con dati diversi, tagliati su misura dell'interlocutore. Neppure il consiglio di amministrazione sarebbe stato messo al corrente di tutto, e ciò potrebbe alleggerire alcune posizioni, almeno penalmente. Carta vince, carta perde. Chi s'è fidato e ha sottoscritto una quota dell'aumento di capitale ha perduto l'intero investimento. Potrà trovare dagli esiti di questa inchiesta un appiglio per dirsi truffato e chiedere i danni? Noi in ogni caso ci auguriamo che i tempi della giustizia siano rapidi, come lo è stata la prima parte dell'indagine.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google