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L'iNCHIESTA SUL CRAC

«Carife, la perdita era più che doppia»

«Carife, la perdita era più che doppia»

Aumento di capitale, i pm accusano gli ex amministratori: previsioni su stime e non sui dati reali, si partiva da -58 milioni

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L’aumento di capitale 2011 di Carife è ancora oggi argomento di stretta attualità anche nei bar e nelle riunioni familiari, perché gli oltre 120 milioni di euro sottoscritti dalla clientela minuta, cioè gran parte della cifra raccolta dalla banca, sono andati ad appesantire in maniera significativa portafogli di risparmiatori che sono poi stati azzerati dalla risoluzione.

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Senza, tra l’altro, che fino ad oggi si siano concretizzate possibilità di recuperare un solo euro. I pm che indagano su quella vicenda ipotizzano, sorretti dalle perizie e dalle relazioni in particolar modo del liquidatore Antonio Blandini e del consulente Giuliano Iannotta, che le cose avrebbero dovuto andare in maniera molto diversa, perché le cifre alla base delle proiezioni tutto sommato tranquillizzanti sul futuro della banca erano diverse da quelle reali, queste ultime tali da far scattare campanelli d’allarme tra i potenziali sottoscrittori.

 

E perché, con le cifre reali, anche il prezzo delle nuove azioni sarebbe stato più basso di 21 euro. Il confronto tra i numeri e i calcoli riportati nell’informazione di garanzia e quelli del Prospetto informativo dell’offerta, depositato in Consob l’1 luglio 2011, aiutano a capire la portata di queste discrepanze e anche lo spessore, che non appare sempre omogeneo, delle accuse.

Scrivono, i pm Stefano Longhi e Barbara Cavallo, che gli ex amministratori indagati «fornivano al potenziale investitore informazioni false e fuorvianti, occultando gli effetti sulle previsioni formulate per gli anni 2011-2014 dai dati reali di bilancio al 31 dicembre 2010». In particolare, «omettevano di segnalare nel prospetto» che i dati previsionali 2010 posti come base di partenza del piano erano molto diversi da quelli finiti a bilancio. Le differenze sono importanti: le perdite previste erano di 23,8 milioni, mentre quelle effettive si sono attestate a 58,4 milioni; il Tier 1, misura patrimoniale principe, previsto era di 317,2 milioni mentre quello reale è stato di 275 milioni; il patrimonio netto «implicitamente ricavabile» nelle previsioni era di 427,4 milioni ma nelle realtà era già sceso a 368,5.

Alcune di queste cifre aggiornate, in particolare la perdita reale, sono indicate in diversi punti del Prospetto, anche in posizione evidente come le tre pagine di Avvertenze iniziali che si suppone siano tra le più lette. Il punto è che quando si tratta poi di fare i calcoli, e di spiegare quindi con i numeri cosa potrebbe succedere alla banca dopo l’aumento di capitale, si richiamano sempre «previsioni» o «stime» del Piano industriale, che venne approvato dal Cda nel novembre 2010. Nel Prospetto non si entra però nel dettaglio dei conteggi, inserendo verso la fine le previsioni del Piano per quanto riguarda gli utili: 7 milioni nel 2011, che salivano poi a 9,6 nel 2012 e poi a 35,5 e 55,7 negli anni successivi. I pm ipotizzano che questi risultati siano appunto calcolati sulla base di dati sbagliati, e che la previsione rassicurante contenuta nel capitolo “Caratteristiche essenziali dell’offerta”, cioè di un aumento di capitale «in grado di consentire una situazione di sostanziale tranquillità alla luce degli scenari prospettici delineati nel Piano industriale», fosse ingannevole.

La visione degli ex amministratori venne sostanzialmente avallata, sia pure con una formula particolare, dalla società di revisione Deloitte: «Non siamo venuti a conoscenza di fatti tali da farci ritenere, alla data odierna, che le suddette ipotesi ed elementi non forniscano una base ragionevole per la predisposizione dei Dati Previsionali». E questo è il motivo del coinvolgimento, in questo segmento dell’inchiesta, di Michele Masini (Deloitte).

Tutte queste ipotesi debbono essere poste al vaglio di un giudice, ma un interrogativo già si può porre: com’è possibile che Consob non sia resa conto, leggendo il Prospetto, che i conti non tornavano e quindi non abbia chiesto modifiche per tutelare i risparmiatori da quel bagno di sangue? E vale la pena di ricordare che Bankitalia era da anni in vigilanza rafforzata sui conti Carife.

Stefano Ciervo

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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