«Anziano raggirato con testamento falso»
L’ospite intestò le sue proprietà per quasi 2 miloni di euro alla responsabile della Casa di riposo Ungarelli di Marrara
Malato e anziano venne ospitato e ricoverato nella Casa di riposo Monsignor Ungarelli di Marrara: era il 14 luglio di due anni fa, e due giorni dopo - secondo indagini, accusa e le prove che verranno portate a processo - il 16 luglio, Giuseppe Mirandola, 70enne, firmò un testamento decidendo di donare tutti i suoi beni, per quasi 2 milioni di euro (case, soldi, polizze, conti correnti, mobili di casa e auto) alla responsabile della Casa di riposo, Annamaria Corà. Beni che entrarono in possesso presto della responsabile della struttura perchè l’anziano morì 5 mesi dopo essere entrato nella casa di riposo, il 9 dicembre 2014. Il testamento al centro di questa vicenda è ritenuto sospetto e quantomeno falsificato dalla procura, pm Ciro Alberto Savino, che ha chiesto il processo per la responsabile della struttura, Annamaria Corà, 60anni, ferrarese.
La procura contesta il reato con una «forma di imputazione alternativa»: da una parte il reato di appropriazione indebita (i beni) e falso in scrittura privata, ipotesi d’accusa mosse nel caso Mirandola fosse consapevole di ciò che stava facendo. Oppure il reato di circonvenzione di incapace, nell’ipotesi alternativa che sia stato raggirato. La prova certa del processo è il testamento: sono le due firme dell’anziano che sarebbero state poste su un foglio in bianco, visto che poi il testo in cui indica le proprie volontà (presunte) appaiono alla stessa accusa e ai periti grafologi della procura eseguite in due fasi diverse.
La colpa - presunta e da dimostrare al processo - della responsabile della casa di riposo sarebbe quella di aver fatto apporre le due firme dal suo ospite su un foglio in bianco - l’accusa della procura -, foglio che poi la Corà avrebbe riempito personalmente, simulando la scrittura tremolante dell’anziano, redigendo falsamente un testamento olografo contenente all’apparenza le ultime volontà dell’uomo con cui veniva nominata erede testamentaria. Ma Giuseppe Mirandola aveva una moglie, Antonietta Gambarini, 64 anni, da cui era separata da anni, che durante la sua permanenza nella struttura aveva cercato, assieme ad un amico dell’anziano, di poterlo vedere, di poter entrare nella struttura a fargli visita. Ma - secondo l’accusa - la titolare della casa di riposo avrebbe vietato negli ultimi giorni di vita i colloqui con la ex moglie e l’amico. Giuseppe Mirandola morì il 9 dicembre 2014, poco meno di 5 mesi dopo la sua entrata nella casa di riposo. E a questo punto, la Corà - in qualità di erede testamentaria chiedeva allo stesso amico - Alveo Bubalini, citato dall’accusa a riprova delle circostanze da chiarire sul caso - di consegnargli le chiavi di casa di Mirandola, reclamando mobili della casa e l’auto (che si intestava). Questo riporta il capo d’accusa, che ovviamente dovrà avere il vaglio del giudice monocratico cui la procura ha chiesto di fissare il processo (il rinvio a giudizio è diretto).
Il processo sarà fissato in autunno e come spiegava ieri il difensore della Corà, l’avvocato Irene Costantino, «al processo contesteremo ogni responsabilità in capo alle accuse mosse, sotto tutti i punti di vista: ricordiamo di aver prodotto indagini difensive per dimostrare la nostra estraneità (che la procura ha valutato, ritenendo di chiedere il processo, ndr)». Il caso - ribadisce il legale - è assai complesso e lo conferma anche l’imputazione alternativa, che non chiarisce l’accusa della stessa procura: «Ribadiamo che non ci sono firme false nè testamento falso e le stesse consulenze dell’accusa sono da rivedere». Il legale della moglie dell’anziano, l’avvocato Sandro Veronesi, interpellato, si limita ad affermare che come parte lesa (e parte civile) attendono il processo per dimostrare il raggiro su Mirandola, sottolineando che era ospite dalla casa di riposo.
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