La Nuova Ferrara

Ferrara

Quel grande cono d’ombra di invisibili borderline

di Alessandra Mura
Quel grande cono d’ombra di invisibili borderline

Raffaele Rinaldi (Viale K): «Difficile intercettare questa fascia di disagio» «Ma la responsabilità è individuale, certi crimini non vanno mai giustificati»

3 MINUTI DI LETTURA





Simone Bertocchi, ora in carcere per l’omicidio di Roberto Tosi Savonuzzi e il tentato omicidio della moglie Raffaela Pareschi, aveva alle spalle qualche guaio per violenza e una vita di espedienti. Lavori saltuari, che cominciavano e terminavano senza futuro. L’orizzonte ristretto a un quotidiano barcamenarsi, aggrappandosi a ogni stratagemma per mettere in fila i giorni, anche sfruttando la pensione di un anziano non in grado di badare a se stesso.

Bertocchi appartiene al sottobosco degli invisibili: non la “Ferrara di sotto” coniata proprio sul nostro giornale dal direttore dell’associazione Viale K Raffaele Rinaldi, a indicare i disperati che dormono sotto i ponti o trovano alloggi di fortuna in edifici dismessi e case abbandonate. Situazioni di emarginazione estrema, ma proprio per questo dotate di maggiore visibilità. Meno individuabile invece - perché più confusa con la “normalità” - la fascia borderline in cui si muovono i Bertocchi, ma anche i Fiti, accusato dell’assassinio di Tartari. Persone con piccoli precedenti, senza un lavoro stabile, senza una vita regolare, che camminano su una corda tesa, su una linea di confine sottilissima. E che continuano a restare invisibili, finché restano al di qua di quel margine, ma di cui ci si accorge drammaticamente quando, come ha riassunto con un atroce eufemismo Bertocchi, combinano «un casino».

«A Ferrara questa zona “di mezzo”, di persone che vivono un’esistenza borderline non è aumentata, ma sta uscendo allo scoperto in questo momento di forte sfilacciamento del tessuto sociale», spiega Rinaldi. Che subito dopo mette bene in chiaro: «Intendiamoci, la responsabilità di ciascuno è personale, e qui siamo di fronte a un reato gravissimo che non va giustificato in alcun modo. Non conosco Simone Bertocchi, così come non conosco l’altro ragazzo che è stato denunciato. Ma mi sembra comunque che attorno a loro ci fosse il vuoto, un’esistenza di espedienti, come quella di utilizzare un pensionato come un bancomat. Tutto porta a pensare che, non appena ha temuto di perdere questa fonte di sostentamento (forse per la volontà della persona uccisa di denunciare l’abuso ai danni dell’anziano vicino, ndr), si sia sentito mancare la terra sotto i piedi, e abbia agito senza pensare minimamente alle conseguenze, senza attribuire alla vita umana, anche alla propria, alcun valore».

Vanno comunque ben distinte, prosegue Rinaldi, la sfera sociale da quella individuale, perché «se è vero che sempre più persone vivono slegate dalla rete sociale, in una crescente povertà di valori dove la solidarietà è tacciata di buonismo e interesse», è altrettanto vero che «ci sono poi i comportamenti personali che inducono a oltrepassare o non oltrepassare quel confine sottile. Gli spari contro le vittime sono la risposta individuale che Bertocchi ha voluto dare al suo problema».

La difficoltà, per chi come Rinaldi si occupa di accoglienza e aiuto agli emarginati, è appunto l’invisibilità di questa zona d’ombra in cui si annidano e crescono esistenze balorde: «Esiste ad esempio il “barbonismo domestico”, e nessuno lo sa: perché non sono barboni stesi sulle panchine o sotto i portici, ma persone che vivono in appartamenti pieni di immondizia. Sono tutti pronti a dare la croce addosso agli immigrati extracomunitari, ma posso assicurare che queste situazioni al margine sono assolutamente trasversali, come del resto dimostra tristemente anche questo caso di cronaca».

Di fronte a questo cono d’ombra, i servizi di accoglienza sono spesso impotenti: difficile, se non impossibile a volte intercettare queste vite a rischio: «Quando una persona è già stata seguita dai servizi sociali ed è ritenuto un soggetto a rischio, si può tentare di agire per tenerlo sotto controllo. Poi, certo, c’è sempre il fattore dell’imprevedibilità. Ma se all’improvviso, tutte le associazioni impegnate nell’accoglienza dovessero di colpo cessare la loro attività, ognuna delle persone seguite, lasciata a se stessa, darebbe ai propri problemi una risposta individuale, ciascuno cercando una soluzione diversa. La crisi ha aperto un’epoca nuova, per affrontare situazioni di degrado e povertà non basta il cuore, ma bisogna usare soprattutto il cervello. Ed è una strada sempre in salita».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google